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AFGHANISTAN: DALLA CAMERA SOSTEGNO A COOPERAZIONE ITALIANA A KABUL E IMPEGNO SU DIRITTI UMANI E DELLE DONNE

6 settembre 2012 permalink 0commenti

“E’ un bel segnale il fatto che il Governo abbia accolto oggi in aula alla Camera un ordine del giorno a mia firma per sostenere il lavoro delle ong italiane e afgane a Kabul. Il Governo italiano si è così impegnato a sostenere i progetti di cooperazione civile in difesa dei diritti umani e dei diritti delle donne, e a realizzare il progetto di Casa della Società Civile afgana da costruire a Kabul. È chiaro infatti che oggi il migliore investimento per la sicurezza  e la stabilità di quella regione, e quindi del mondo, è il rafforzamento dei soggetti democratici, degli strumenti di partecipazione, degli standard relativi ai diritti umani - con un'attenzione particolare a quelli di donne e bambini. Con l'approvazione dell'ordine del giorno, oggi, il governo si impegna ad instaurare un adeguato livello di consultazione con le organizzazioni della società civile italiana impegnate nel lavoro bilaterale con i partner afgani in occasione di tutte le future scadenze nazionali e internazionali, per assicurare che il processo di transizione verso la stabilità e la democrazia in Afghanistan possa fondarsi su basi solide di partecipazione democratica e di crescita sociale, economica e civile. Proprio in questa direzione, l’impegno assunto oggi dal Parlamento è di destinare una parte congrua dei futuri risparmi, realizzati con una riduzione graduale e concordata della presenza militare italiana, a progetti di cooperazione civile, ivi inclusi quelli non governativi e di cooperazione decentrata. Si tratta di proposte e impegni che vanno nella direzione più volte auspicata dalle stesse ong italiane raccolte nella rete Afghana, impegnate da anni in un lavoro sul campo faticoso ma sempre efficace, che fa davvero onore al nostro paese ed alle sue migliori energie". E’ quanto dichiara Federica Mogherini, deputata e responsabile globalizzazione PD.

Per la pace

CONFERENZA DI TOKYO: L'ITALIA PER L'AFGHANISTAN

13 luglio 2012 permalink 0commenti

Nella conferenza internazionale sull’Afghanistan che si è svolta l'8 luglio a Tokyo, il governo afgano e la comunità internazionale hanno definito i reciproci impegni per gli anni successivi al 2014, data in cui avrà termine la presenza militare della missione Isaf. Si sta infatti completando già in questi mesi la fase di "transizione", con il 75% del territorio passato a maggio sotto il controllo delle Afghan National Security Forces, e si fa reale la prospettiva di affidare loro la guida della sicurezza complessiva del paese entro la metà del 2013, per poter completare il ritiro - già avviato - delle forze internazionali entro il 2014.


Fragili successi

Si aprirà allora quella che viene definita la "transformation decade", quei dieci anni che, a partire dal 2015, dovrebbero vedere il volto dell'Afghanistan cambiare per opera degli stessi afghani. Si tratterà innanzitutto di consolidare e rafforzare i risultati che, pur con contraddizioni e limiti del tutto evidenti, sono stati ottenuti negli ultimi dieci anni, sia in termini di sicurezza e lotta alla corruzione, sia sul versante della capacità di sviluppo economico, sia - soprattutto - sul fronte più delicato e strategicamente vitale dell'affermazione e del rispetto dei diritti umani, a partire da quelli delle donne e dei bambini.


È un terreno sul quale molto è cambiato, negli ultimi dieci anni: l'approvazione della nuova Costituzione che sancisce i diritti di uomini e donne; la legge per l'eliminazione della violenza contro le donne (Evaw); l'adozione di un piano d'azione nazionale per le donne; la nascita del ministero per l'uguaglianza di genere e i diritti delle donne; la nascita di numerose case rifugio per donne vittime di violenza; e, last but not least, il 27% di donne elette in parlamento alle ultime elezioni.


Sono però risultati non solo parziali, frammentati, ma anche molto fragili, da cui può essere molto facile e veloce tornare indietro. Lo dimostrano i dati che con un lavoro prezioso hanno raccolto alcune organizzazioni internazionali: Human Rights Watch ci racconta di nove donne su dieci di età superiore ai 15 anni ancora analfabete; per Global Rights, 87 donne afghane su 100 hanno subito almeno una forma di violenza domestica, con un tasso di mortalità tra i più alti del mondo.


Ma il dato che più dovrebbe far riflettere è quello relativo alla percezione di insicurezza, il timore di veder cancellate le proprie conquiste - così faticosamente raggiunte: un'indagine condotta nel corso del 2011 da ActionAid indica che se due terzi delle donne in Afghanistan ritiene che la propria condizione sia migliorata negli ultimi dieci anni, nove su dieci temono il ritorno di un regime talebano, e un terzo teme il momento in cui le forze militari di Isaf lasceranno il paese.


Più impegno

Sono paure che non si possono ignorare. Il punto è quindi, ora, fare in modo che non siano gli anelli deboli della catena sociale e politica dell'Afghanistan - le donne e i bambini - a pagare il prezzo di una "riconciliazione" che si preannuncia complicata. Non a caso, nel corso della Conferenza di Tokyo, l'Italia ha dovuto insistere non poco perché fosse inserito nel documento finale un riferimento esplicito al raggiungimento e mantenimento degli standard internazionali relativi ai diritti umani ed in particolare a quelli delle donne, legando con una formula di condizionalità il mantenimento degli impegni dei donatori a questo obiettivo.


L’Italia ha potuto farlo grazie ad una sinergia di fattori: innanzitutto l'approvazione, da parte della Commissione esteri della Camera, di una risoluzione che impegnava il governo italiano ad una posizione ferma su questo tema in occasione della Conferenza di Tokyo; il fatto di aver firmato, già a gennaio, un Accordo sul partenariato e la cooperazione di lungo periodo tra Italia e Afghanistan che oggi è all'attenzione della Camera per la ratifica; la credibilità che il nostro paese ha assunto nel campo del lavoro con la società civile afghana, soprattutto grazie all'esperienza preziosa di "Afgana", una rete di associazioni ed Ong italiane che ha lavorato in questi anni in strettissimo raccordo con le controparti locali, appoggiate dal lungimirante sostegno della Farnesina.


Probabilmente ha giocato un ruolo non del tutto secondario anche il profilo del sottosegretario Staffan De Mistura, che rappresentava l'Italia alla Conferenza forte non solo di un netto mandato parlamentare, ma anche di una competenza ed una credibilità personali non comuni.


Ma il buon esito della Conferenza, che dà concretezza agli impegni già presi in dicembre a Bonn e più recentemente al G8 di Camp David ed al vertice Nato di Chicago, non devono far perdere di vista le difficoltà ed i rischi che già si profilano all'orizzonte: che i diritti umani, e quelli di donne e bambini in particolare, siano facile moneta di scambio per una riconciliazione nazionale che serve a Karzai per consolidare la fase di transizione, e serve alla comunità internazionale per poter uscire dignitosamente e nei tempi stabiliti da una missione militare dal segno controverso.


Democrazia
È cruciale quindi che la parola d'ordine della comunità internazionale non sia ora "disimpegno", ma un impegno ancor più forte, seppure di segno diverso: sempre meno militare, sempre più politico, diplomatico e civile, a sostegno dei processi di democratizzazione e di sviluppo economico e sociale che dovrebbero caratterizzare la "transformation Decade". Non si tratta di buoni sentimenti, ma di capire che solo un Afghanistan saldo nei suoi principi democratici e solido nei suoi meccanismi di promozione e protezione di diritti umani può costituire un argine efficace alle minacce alla sicurezza che abbiamo già conosciuto in passato.

Articolo pubblicato su AffarInternazionali


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AFGHANISTAN: CONFERENZA DI TOKYO, DARE PIENO SOSTEGNO A SOCIETÀ CIVILE. NON SIANO LE DONNE A PAGARE PREZZO RICONCILIAZIONE NAZIONALE

6 luglio 2012 permalink 0commenti

“Alla vigilia della Conferenza internazionale che si apre a Tokyo sullo sviluppo dell’Afghanistan per definire gli aiuti economici a sostegno della stabilità e della sicurezza del paese, ci attendiamo scelte coerenti e concrete con quanto già discusso durante l'incontro di Bonn lo scorso dicembre, e più recentemente al G8 di Camp David ed al vertice Nato di Chicago: chiudere la fase della presenza militare internazionale nel paese, aumentare contestualmente il sostegno alla transizione, con un'attenzione particolare al consolidamento dei risultati raggiunti nel campo dei diritti umani ed in particolare delle donne, attraverso un sostegno concreto alla società civile afghana.

L'Italia in questo settore ha fatto tanto, attraverso il lavoro che la rete di associazioni e Ong “Afgana” ha svolto a Kabul insieme alla società civile afghana e, da ultimo, con la firma a gennaio 2012 dell’Accordo sul partenariato e la cooperazione di lungo periodo tra Italia e Afghanistan .

Non possiamo fermarci ora. È cruciale che la parola d'ordine della comunità internazionale non sia "disimpegno", ma un impegno ancor più forte, seppure di segno diverso: sempre meno militare, sempre più civile, a sostegno dei processi di democratizzazione e di sviluppo economico e sociale.

In particolare, vanno sostenute le donne e le loro coraggiose scelte di libertà, che rischiano di pagare il prezzo più alto alla "riconciliazione" nazionale. Non possono essere loro, né chi si batte per i diritti umani in Afghanistan, a portare il peso di una transizione non facile. La comunità internazionale deve assicurare, anche grazie alla progressiva riduzione della sua presenza militare, un crescente sostegno ai progetti di cooperazione civile, a partire da quelli non governativi e di cooperazione decentrata, in diretta collaborazione con la società civile afgana . Va, più in generale, completato un lavoro della comunità internazionale per la stabilizzazione della regione, per la piena affermazione di un vero stato di diritto – a partire da una parità di genere sanzionata giuridicamente e riconosciuta socialmente -, per il rispetto dei diritti umani fondamentali, per la crescita di un’azione autonoma e duratura della società civile afghana e del protagonismo femminile che ne è parte così importante”.

E’ quanto dichiara Federica Mogherini, deputata e responsabile globalizzazione per il PD.


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L'IMPEGNO PER I DIRITTI DELLE DONNE IN AFGHANISTAN

6 luglio 2012 permalink 0commenti

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AFGHANISTAN: CORDOGLIO PER CADUTA MILITARE ITALIANO. CHIARIRE DINAMICA E RESPONSABILITÀ SU INCIDENTE, MA NON APRIRE OGGI DIBATTITO SU FUTURO MISSIONE

25 giugno 2012 permalink 0commenti

"Voglio esprimere parole di cordoglio e di vicinanza alla famiglia - in particolare alla giovane moglie e al figlio piccolissimo - del carabiniere scelto Manuele Braj, caduto oggi nella base di addestramento di Adraskan, in Afghanistan.

Sarà importante che il Governo italiano chiarisca la dinamica e le responsabilità di quanto accaduto, per un dovere di trasparenza e di chiarezza, e per dare conto di quanto le nostre forze armate operino nelle condizioni di massima sicurezza possibile in un teatro di crisi come quello afghano.

Ma è giusto anche ribadire come proprio nel giorno della morte di un militare italiano non sia opportuno aprire un dibattito pubblico per rimettere in discussione il nostro impegno in Afghanistan, sia perché questo è esattamente l'obiettivo degli insurgents - e assecondare questa prospettiva vanificherebbe l'impegno internazionale di anni e anni -, sia per rispetto a chi ha perso la vita (che siano militari, italiani o di altri paesi, o civili afghani).

Ogni riflessione su obiettivi, sviluppi e tempi della missione internazionale in Afghanistan è fondamentale che si svolga in Parlamento e in seno all'Alleanza Atlantica, in modo trasparente e con scelte condivise tra alleati e utili a stabilizzare e dare una prospettiva duratura di pace e di sviluppo ai civili afghani ed all'intera regione".

E' quanto dichiara Federica Mogherini, deputata, Segretario della Commissione Difesa e responsabile Globalizzazione PD.

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MISSIONI INTERNAZIONALI AL GIRO DI BOA

3 febbraio 2012 permalink 0commenti
Il Parlamento italiano ha recentemente approvato, come all'inizio di ogni anno, il decreto di rifinanziamento della partecipazione italiana alle missioni internazionali. Si tratta di un passaggio parlamentare che consente di fare un bilancio e di tracciare le linee strategiche di intervento, le priorità ed il profilo che il paese esprime nei teatri di crisi in cui è impegnato, sotto l'egida delle Nazioni Unite, della Nato, dell'Unione europea.

Programmazione
Sarebbe certo più opportuno avere una o più sessioni parlamentari dedicate ad un'analisi più ampia ed approfondita degli scenari globali di crisi in cui l'Italia è chiamata ad agire, lasciando al decreto per il finanziamento delle missioni la sua specifica natura di allocazione di risorse. In assenza di una legge quadro sulle missioni - che giace bloccata nelle commissioni esteri e difesa della Camera, e che speriamo possa vedere la luce in questo anomalo scorcio di legislatura - l'unico strumento che il parlamento ha per valutare, discutere ed orientare la partecipazione italiana alle missioni internazionali è quello del rifinanziamento. Vediamo allora cosa cambia con il passaggio dal governo Berlusconi al governo Monti.

Innanzitutto, cambia - e di molto - la cornice. Negli ultimi quattro anni il finanziamento era avvenuto al di fuori del fondo missioni, che era stato istituito proprio per dare continuità e certezza all’impegno militare e civile dell’Italia nelle aree di crisi. Dal 2008 ad oggi, invece, i decreti avevano di volta in volta trovato finanziamenti a mala pena sufficienti per coprire qualche mese - a volte sei, a volte solo uno o due -, con il duplice risultato di svilire l'impegno di tanti italiani (che poi, a parole, venivano celebrati come "i nostri ragazzi") e di dare a partner ed alleati internazionali la sensazione di un'instabilità ed una incapacità di programmazione che non giovavano al paese.

Da quest'anno, invece, si torna a finanziare la partecipazione italiana alle missioni per una durata annuale e tramite il fondo preposto. Può sembrare un dettaglio di metodo o di stile, ma è invece un elemento di solidità estremamente importante e positivo.

Ma anche nel merito del provvedimento le novità non sono irrilevanti. Nel complesso, si tagliano quasi duecento milioni rispetto al 2011, facendo però delle scelte selettive - l'opposto della logica dei tagli lineari cari all’ex ministro dell’economia, Giulio Tremonti. Innanzitutto cresce l'investimento in cooperazione civile, sia nel teatro dell'Afghanistan e del Pakistan (7.400.000 euro) sia, in modo più consistente (14.200.000 euro) nelle altre aree di crisi. Ventidue milioni in più non sono un'enormità, ma in rapporto ai fondi quasi inesistenti della cooperazione sono abbastanza significativi e, soprattutto, invertono la tendenza del segno "meno" in un anno di difficoltà di bilancio come il 2012. Altra scelta non scontata, è quella non solo di confermare, ma di incrementare di 750.000 euro il fondo per lo sminamento, che arriva così ai due milioni.

Fronte afgano
Parallelamente, diminuisce la spesa complessiva per la componente militare delle missioni. È qui che le scelte si fanno più selettive e, quindi, indicative di priorità politiche e strategiche. Cala di circa 200 unità la presenza militare in Afghanistan, coerentemente con il progressivo passaggio di consegne alle autorità afghane in molte zone del paese e con la riduzione degli altri contingenti Isaf. Il 2012 sarà un anno cruciale, con il vertice Nato di maggio a Chicago chiamato a definire strategie comuni ed efficaci per il passaggio, dal 2014, dalla fase di transizione a quella di "trasformazione" del nuovo Afghanistan.

Una sfida non facile, che richiederà al tempo stesso piani di rientro militare molto attesi ed altrettanto delicati, e nuovi investimenti in assistenza formativa, in cooperazione istituzionale, in accordi per la ricostruzione e lo sviluppo economico. Il tutto, sullo sfondo di campagne elettorali per molti e importanti alleati - a partire dagli Stati Uniti, padroni di casa nella Chicago di Obama.

In linea con quanto avverrà nel corso dell'anno, l'Italia si prepara dunque ad un ridimensionamento della propria presenza militare in Afghanistan, che probabilmente avverrà verso la fine dell'anno e sarà seguita da un ulteriore bilanciamento delle voci di spesa: meno forze sul campo, più carabinieri e guardia di finanza per formare forze dell'ordine e polizia di frontiera, più cooperazione civile, diplomatica, economica, giudiziaria.

Ancora, alla voce "riduzioni" si trova la fine di alcune missioni minori, ormai esaurite dal punto di vista militare - come in Iraq, dove restano in piedi solo progetti di cooperazione civile. Altre missioni, piccole ma rilevanti come quella in sud Sudan, nascono invece oggi.

Libano, Balcani e Libia
Un carattere particolare assume poi la decisione relativa al Libano, dove pur assumendo il comando della missione Onu, l’Italia riduce il numero dei militari, anche se in misura minore di quanto prevedesse di fare il precedente governo. Questo è uno dei dossier sui quali l'inversione di tendenza appare più netta, con il nuovo governo impegnato in una riqualificazione del ruolo italiano nell'area mediterranea, dopo il "downgrading" operato dal precedente esecutivo.

È evidente infatti che la regione che si estende dal confine tra Libano e Israele fino alla Siria è strategica e vitale per l'Italia, che può svolgervi un ruolo molto utile e, per altro, unanimemente riconosciuto dagli interlocutori locali e dalle organizzazioni internazionali.

Anche per questo si sta decidendo di accrescere la presenza militare in aree, come ad esempio i Balcani, alle quali il precedente governo sembrava dedicare minore attenzione, nonostante fosse chiaro che la stabilità recentemente conquistata avesse evidenti fragilità. Le rinnovate tensioni nel nord del Kosovo, le difficoltà in Bosnia rappresentano un elemento di preoccupazione prioritario per un paese che, come l'Italia, confina direttamente con la regione ed intrattiene con i singoli paesi intensi rapporti economici, politici e diplomatici.

Questione non meno scottante, infine, è quella libica. Delle contraddizioni del governo Berlusconi è difficile dimenticarsi, dal baciamano in poi. Il governo Monti non può che avere tra i suoi obiettivi principali quello di ricostruire una credibilità perduta anche qui, nel Mediterraneo, con quei paesi oggi impegnati in transizioni difficili e non univoche - dall'Egitto alla Tunisia, passando per la Libia, dove Monti si è appena recato per la sua prima visita ufficiale fuori dai confini europei.

Conclusosi, mesi fa, l'intervento militare, oggi è prioritario dare seguito alle successive risoluzioni delle Nazioni Unite: sostenere la nuova Libia nel momento più critico, quello della ricostruzione, della riconciliazione nazionale, della formazione di una struttura amministrativa e delle forze di polizia, dello sminamento del territorio e della bonifica dall'enorme quantità di armi in circolazione nel paese. Per questo prevedere già per il 2012 un impegno, seppur minimo e ancora molto flessibile, di assistenza civile e militare alla complicata e delicata fase di costruzione della nuova Libia sembra una scelta saggia e lungimirante, che ben si accompagna alla volontà di recuperare un ruolo credibile e positivo nella regione mediterranea.

Riforma della difesa
Infine, due chiare priorità strategiche sono emerse dall'audizione dei ministri degli affari esteri, Giulio Terzi e della difesa, Giampaolo Di Paola, davanti alle commissioni esteri e difesa di Camera e Senato. Da una parte, è stata ribadita la necessità di un approccio "integrato" alla sicurezza - ovvero non solo militare ma anche e soprattutto diplomatico, civile, attento ai fattori di sviluppo economico e all'affermazione dei diritti umani. Dall'altra, si è sottolineata l'esigenza non più rinviabile di procedere speditamente al rafforzamento dell'integrazione europea nel campo della difesa. Terreno scivoloso, in questi duri tempi di mancanza di leadership europea e tentazioni di ritorno alla dimensione nazionale, sul quale però è più urgente che mai avventurarsi, con coraggio e determinazione, perché continuare a pensare che sia un sogno necessario ma irrealizzabile non lo farà certo diventare realtà.

Mentre è di cambiamento reale, e lungimirante, che si avverte l'urgenza. È in quest'ottica che si può utilmente affrontare il tema complesso e serio della ridefinizione del sistema di difesa, anche alla luce dei tagli di bilancio intervenuti in questi anni senza che la questione venisse mai affrontata in modo organico. Il ministro Di Paola ha giustamente indicato nella prossima riunione del Consiglio supremo di difesa, prevista per l'8 febbraio, un passaggio cruciale per questo processo. Toccherà contestualmente al governo e al parlamento svolgere una revisione del sistema di difesa che abbia un carattere sinottico, razionale e, al tempo stesso, trasparente.


Articolo pubblicato su AffarInternazionali il 3 febbraio 2012
Per la pace

MISSIONI ALL'ESTERO, SI CAMBIA PASSO

21 gennaio 2012 permalink 1commenti

Tradizionalmente, sul tema della partecipazione italiana alle missioni internazionali si esibisce la continuità.
Quasi che restare saldi nel solco tracciato da chi “c’era prima” fosse di per sé un valore. Forse perché questo è stato, finora, l’unico modo per evocare un consenso trasversale, bipartisan. Ma oggi, con un governo che non ha radici nei partiti ed un inedito sostegno parlamentare – trasversale per nascita, libero negli orientamenti per aspirazione – proclamare la continuità non serve più.
E così, al netto di qualche arrampicata sugli specchi che tenta Frattini (in preda ad un’imbarazzante crisi di ruolo che lo porta a fare il relatore parlamentare di un provvedimento che fino a due mesi fa firmava da ministro) e che La Russa per una volta si risparmia, la discontinuità è libera di venire allo scoperto. Cosa c’è di così diverso, in questo decreto missioni? Molte cose, alcune fondamentali. Innanzitutto una piccola grande formalità: dopo tre anni di frammentazione del finanziamento, che era arrivato a volte a coprire anche solo uno o due mesi, il decreto dà ai militari e ai civili italiani che operano in teatri di crisi – ed ai nostri partner internazionali – un anno di certezze, rifinanziando quel fondo missioni che il governo Berlusconi aveva di fatto abolito. Sembra un dettaglio, ma è un grande segnale di affidabilità e serietà – che, di questi tempi, non guasta. Poi, due grandi affermazioni di principio: da una parte la necessità di un approccio “integrato” alla sicurezza – ovvero non solo militare ma anche e soprattutto diplomatico, civile, attento ai fattori di sviluppo economico e all’affermazione dei diritti umani. Dall’altro, l’esigenza non più rinviabile di procedere speditamente sulla via dell’integrazione europea nel campo della difesa. Se si pensa alla sufficienza con la quale La Russa trattava questi temi, la discontinuità appare in tutta la sua evidenza. Ma entriamo nel merito: si tagliano quasi duecento milioni rispetto al 2011, facendo delle scelte selettive – l’opposto della logica dei tagli lineari cari a Tremonti. Cresce l’investimento in cooperazione civile, sia nel teatro dell’Afghanistan e del Pakistan sia nelle altre aree di crisi: 22 milioni in più non sono un’enormità, ma in rapporto ai fondi quasi inesistenti della cooperazione non sono pochi e, soprattutto, invertire la tendenza in un anno di difficoltà di bilancio come questo è un grande segale politico. Si rifinanzia, con un incremento, il fondo per lo sminamento. Parallelamente, diminuisce la spesa per la componente militare delle missioni, ma con delle scelte selettive. Cala di circa 200 unità la presenza militare in Afghanistan, coerentemente con il progressivo passaggio di consegne alle autorità afghane in molte zone del paese e con la riduzione degli altri contingenti Isaf; si pone termine ad alcune missioni minori, ormai esaurite dal punto di vista militare – come in Iraq, dove restano in piedi solo progetti di cooperazione civile; in Libano, pur assumendo il comando della missione Onu, si riduce il numero dei militari, ma meno di quanto prevedesse di fare il precedente governo – in virtù della maggiore instabilità dell’area che dal confine Libano-israeliano si estende fino alla Siria. E poi, si sceglie di aumentare la presenza militare in aree strategiche per l’Italia e per l’Europa, dove il nostro valore aggiunto è riconosciuto sia dagli interlocutori locali sia dalle organizzazioni internazionali, e dove il rapporto costi-benefici è più alto: penso ai Balcani, di cui il precedente governo si era scarsamente occupato, o al sud Sudan. Infine – last but not least – la Libia. Delle contraddizioni del governo Berlusconi è difficile dimenticarsi, dal baciamano in poi. Il governo Monti non può che avere tra i suoi obiettivi principali quello di ricostruire una credibilità perduta anche qui, nel mediterraneo, con quei paesi oggi impegnati in transizioni difficili e non univoche – dall’Egitto alla Tunisia, passando per la Libia, dove Monti sarà in visita ufficiale domani. Finito, mesi fa, l’intervento militare, oggi è prioritario dare seguito alle altre, successive risoluzioni delle Nazioni Unite: sostenere la nuova Libia nel momento più critico, quello della ricostruzione, della riconciliazione nazionale, della formazione di una struttura amministrativa e delle forze di polizia, dello sminamento del territorio e della bonifica dall’enorme quantità di armi in circolazione nel paese. Per questo prevedere già per il 2012 un impegno, seppur minimo e ancora molto flessibile, di assistenza civile e militare alla complicata e delicata fase di costruzione della nuova Libia è una scelta saggia e lungimirante, che ben si accompagna alla volontà di recuperare un ruolo credibile e positivo nella regione del mediterraneo. Dalle prossime settimane, superato il passaggio di ridefinizione della nostra partecipazione alle missioni internazionali, andranno affrontate altre ed altrettanto importanti questioni, a cominciare dalla revisione del sistema di difesa e, conseguentemente, della razionale allocazione delle risorse tra le diverse voci di bilancio, per finire con la rimodulazione di alcune scelte sulla produzione e l’acquisto dei sistemi d’arma – compresi gli f35. Il ministro Di Paola ha giustamente indicato nella prossima riunione del consiglio supremo di difesa prevista per l’8 febbraio un passaggio cruciale per questo processo. Toccherà contestualmente al governo e
al parlamento svolgere una revisione del sistema di difesa che sia complessiva, razionale e trasparente.

Articolo pubblicato su "Europa" sabato 21 gennaio 2012

Diario parlamentare

DIFESA, NUOVE PAROLE D'ORDINE

22 dicembre 2011 permalink 0commenti

In questi giorni si sono tenute le audizioni dei nuovi ministri presso le commissioni parlamentari competenti, per illustrare e discutere le linee programmatiche del governo. Nel settore della difesa i cambiamenti sono molti e rilevanti, e non riguardano solo il livello di competenza del ministro. Già il fatto che la continuità evocata non riguardi solo l’ultimo governo ma si riferisca agli ultimi sei ministri, da Andreatta in poi, dice molto del cambio di impostazione: la politica di difesa viene strappata dal limbo di retorica partigiana in cui l’aveva scioccamente voluta confinare La Russa, e tenta di navigare nel mare aperto dell’interesse nazionale, dell’impostazione istituzionale.
Molte e rilevanti novità, dicevo. Innanzitutto, l’esplicita consapevolezza che il sistema di difesa che abbiamo oggi, per risorse e per numeri, non è sostenibile e quindi va profondamente rivisto. Questo significa che finirà l’epoca dei tagli lineari, che in questi anni hanno schivato la responsabilità di un ripensamento complessivo del modello, compromettendo il funzionamento del sistema.
Si potrà, forse, finalmente ragionare senza preconcetti sulle reali necessità che il nostro paese ha nel settore della difesa, anche in relazione al suo ruolo globale, e sul modo migliore, più razionale, di fronteggiarle. Questo significa adottare un approccio realistico, determinare priorità, seguirle coerentemente.
In questo percorso, è probabile ed auspicabile che siano ridiscussi programmi d’investimento e di acquisizione dei sistemi d’arma, tra cui anche quello relativo agli F35 – sul quale il governo Berlusconi ha agito nella più totale confusione e assenza di trasparenza, a fronte di sviluppi internazionali importanti che l’Italia ha sostanzialmente ignorato.
In secondo luogo, il nuovo governo ha manifestato un cambio di impostazione importante per le missioni internazionali – nel metodo e nel merito. Nel merito, si sceglie di investire in quelle missioni di stabilizzazione di aree per noi strategiche – i Balcani, in particolare Kosovo e Bosnia, ed il Libano con la sua vicinanza strategica a Siria e Israele – che il precedente governo aveva deciso di ridimensionare fino a renderle via via quasi irrilevanti.
Sono missioni a minore intensità e visibilità, dove però i risultati raggiunti in anni di presenza internazionale sono ancora fragili, ed un eventuale destabilizzazione porterebbe conseguenze critiche per aree vaste e di interesse strategico per l’Europa e per il nostro paese. Sono missioni in cui il valore aggiunto dell’Italia è universalmente riconosciuto – dalle Nazioni Unite, dalla Nato, dalle istituzioni e dalle popolazioni locali –, ed il rapporto costi/benefici massimo.
C’è, poi, la consapevolezza che la vicenda afgana va tolta dal contesto ideologico in cui troppo spesso è stata collocata, e va piuttosto affrontata con serietà, competenza, e con le giuste risorse nei giusti capitoli di spesa (più addestramento, più affiancamento, più ricostruzione, più cooperazione civile, più diplomazia regionale).
Forse si può ora finalmente uscire dal falso dilemma restare/lasciare, e spostare l’attenzione dal “se” e “quando”, al “come” attuare una transizione che si preannuncia difficilissima. Sul dossier Afghanistan, la presenza di figure competenti come Di Paola alla difesa e De Mistura agli esteri sono, di per sé, garanzia di serietà. Allo stesso modo, sembra che il nuovo governo sia pronto a farsi carico con realismo e serietà di un’eredità non certo felice nei rapporti con la Libia.
Dopo il disastro dei baciamano e delle mille contraddittorie posizioni del governo Berlusconi, che avevano portato il nostro paese ad oscillare tra una vicinanza imbarazzante al regime ed una ridicola marginalità internazionale, l’Italia cerca di trovare un suo baricentro che le consenta di affermare che il futuro della Libia è e dev’essere piena responsabilità dei libici, senza per questo negare che alcuni specifici e complicati passaggi di questa nuova fase vanno sostenuti ed accompagnati, in piena trasparenza: sminamento, eliminazione dell’enorme quantità di armi presenti nel paese, costituzione e formazione delle forze di sicurezza, percorsi di riconciliazione nazionale e di institution building.
Infine, una piccola grande innovazione di merito. Il governo Berlusconi aveva frammentato il finanziamento delle missioni arrivando a decreti che coprivano anche solo due, tre mesi. Indice di una politica incapace di programmare nel medio periodo, e di dare quindi a militari, alleati e partner internazionali quella prevedibilità che in contesti di crisi si traduce in sicurezza ed affidabilità. Ma indice anche di un prevalere, sempre e comunque, delle scelte di Tremonti sulle priorità di altri ministeri – e con quali risultati, poi...
Il governo Monti, nel metodo, indica un ritorno alle migliori pratiche dei governi precedenti, con un finanziamento certo per le missioni internazionali che copre tutto il prossimo anno. È una piccola cosa, ma dà il segno di una solidità e di una serietà alla quale non eravamo più abituati. 

Articolo pubblicato sul quotidiano "Europa" il 22 dicembre 2011


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Per la pace

AFGHANISTAN, COME RESTARE

8 dicembre 2011 permalink 0commenti

La conferenza di Bonn che in questi giorni sta tentando un bilancio ed un rilancio dell'impegno della comunità internazionale in Afghanistan ha una missione difficile. E' infatti chiamata a confermare un calendario di disimpegno militare non più rinviabile, e deve allo stesso tempo far sì che i risultati ottenuti in questi dieci anni di presenza in Afghanistan non vadano in fumo.
Progressi parziali, limitati, ma niente affatto trascurabili: sia nel campo della sicurezza (interna ed internazionale), sia nel riconoscimento formale e nella tutela sostanziale dei diritti umani, sia nello sviluppo di condizioni di vita almeno parzialmente accettabili per la gran parte della popolazione locale. Restano, certo, alcuni punti di debolezza strutturale: la mancanza di autorevolezza e di trasparenza in molti settori del governo e dell'amministrazione; i ritardi nello sviluppo di quelle infrastrutture fondamentali perché la vita quotidiana diventi se non facile almeno sostenibile; l'acquisizione di alcuni principi di eguaglianza e di rispetto dei diritti fondamentali che non si limiti ai percorsi formalmente regolamentati ma riesca ad andare più in profondità nella società afghana e nelle sue diverse, complesse, articolazioni; il contesto regionale, ancora estremamente fluido e di certo ben lontano dalla stabilità, con attori tanto ingombranti quanto potenzialmente risolutivi, determinati certamente a giocare un proprio ruolo nell'area, ma anche a cambiare il segno del proprio posizionamento spesso più sull'onda di convenienze momentanee e slanci emotivi che sulla base di strategie di lungo termine e di ampia portata - come l'assenza del Pakistan a Bonn dimostra.
In questo quadro, complesso e fluido, articolato tanto da rendere difficile qualsiasi lettura univoca, i paesi che in questi dieci anni hanno provato a sostenere un processo di "messa in sicurezza" dell'Afghanistan si trovano a fare i conti con i propri limiti, errori, contraddizioni. Si vuole andar via - e se per "presenza" si intende quella militare, e' tempo che si vada via. Si vuole restare - e se si pensa alla presenza civile, agli aiuti, alla ricostruzione ed alla tutela dei diritti, e' necessario restare. 
In questo difficile, delicato passaggio, si rischia di perdere un capitale di investimenti (economici, militari ed umani) senza prezzo. Ne va della sicurezza internazionale, in un'area altamente esposta alla permeabilità di organizzazioni terroriste e ad alta concentrazione di armamenti - anche nucleari. Ne va delle potenzialità di sviluppo economico e commerciale, lungo le tracce di una via della seta ricca di risorse e di connessioni strategiche.
Ne va della credibilità della comunità internazionale, delle Nazioni Unite e della Nato, chiamate oggi a far tesoro degli errori del passato per non cadere nel circolo infinito della maledizione afghana. 
La formula usata, in questi giorni a Bonn, e' ovviamente condivisibile: una transizione incentrata su processi di riconciliazione basati sui tre pilastri del rifiuto della violenza, del terrorismo internazionale, e sul rispetto della costituzione - a partire dalla tutela e dalla promozione dei diritti umani, ed in particolare dei diritti delle donne. L'impegno della comunità internazionale a non "fuggire", a restare al fianco degli afghani. E, insieme, l'impegno delle autorità afghane a lasciarsi aiutare, impedendo qualsiasi tentazione di retromarcia rispetto ai passi avanti fatti in questi dieci anni. Ma sarà davvero così ? La comunità internazionale, e gli Stati Uniti per primi, troveranno in questi tempi di crisi l'attenzione e le risorse necessarie per mantenere la promessa? E le autorità afghane avranno la forza, l'autorevolezza, la solidità e la legittimità necessarie per resistere, nel complicato processo di riconciliazione con settori della galassia degli "insurgents" che in questi giorni vedono bene la possibilità di ampliare i propri margini di manovra, una volta che il campo militare sarà sgombro? Sono domande pesanti, dalle risposte non scontate.
La comunità internazionale avrebbe tutto l'interesse, e tutti gli strumenti, per sostenere soluzioni positive per la regione, per gli afghani, e per gli equilibri globali. Un grande potenziale che continuerà ad avere bisogno, per tradursi in atti concreti, di coordinamento multilaterale e leadership - elementi non scontati, nel momento in cui verra' meno la componente militare. Resterà consistente, com'e ovvio, il ruolo americano. Ma molto potrà, se vorrà, l'Europa, e con lei l'Italia.
Il nostro paese ha potenzialità estremamente rilevanti in alcuni dei settori chiave per il futuro dell'Afghanistan. 
Abbiamo l'unicità dell'esperienza dei Carabinieri, preziosissima in contesti come quello afghano e riconosciuta come tale, cruciale nel ruolo di formazione di forze di sicurezza locali - insieme all'ottima esperienza della formazione della polizia di frontiera compiuta dalla guardia di finanza. Sarebbe fondamentale, in questa fase, concentrare il contributo militare italiano su questi due elementi di eccellenza, strategici per accelerare la fase di trasferimento di poteri alle autorità locali. Abbiamo, già avviati, percorsi di formazione delle istituzioni centrali e periferiche dello stato, a partire dal corpo diplomatico. Un'esperienza da
continuare e rafforzare.
Ed abbiamo, soprattutto, il lavoro preziosissimo della società civile italiana ed afghana, costruito caparbiamente da associazioni, ong, operatori della cooperazione internazionale, in questi anni difficili di tagli delle risorse e di scarsi riconoscimenti politici. E' un lavoro quotidiano, costante e silenzioso, che la scorsa primavera a Roma ha trovato un momento di visibilità nella conferenza della società civile afghana voluta ed organizzata dalle ong italiane tra mille difficoltà ma con ottimi risultati. E' un lavoro che rischia di venire vanificato dai tagli insostenibili portati in questi anni al bilancio della cooperazione internazionale - una tendenza che va quanto prima fermata, ed invertita, perché domani ancor più di ieri sarà strategicamente irrinunciabile il contributo che allo sviluppo locale - delle comunità e delle persone prima ancora che delle strutture - puo' portare il lavoro delle nostre ong e associazioni, della nostra società civile. Di ogni euro "risparmiato" dalla fine dell'intervento militare, una parte non irrilevante andrà reinvestita nella cooperazione. Solo così si potrà davvero, seriamente, onorare l'impegno preso solennemente a Bonn in questi giorni, di non lasciare soli gli afghani. Solo così, la fine della presenza militare internazionale non comporterà un ritorno al passato per le donne e gli attivisti dei diritti umani in quel paese. Solo così, eviteremo di far pagare a loro il prezzo del nostro ritorno a casa.

Articolo pubblicato sul quotidiano "Europa" l'8 dicembre 2011.


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Per la pace

CONFERENZA BONN, NON SIANO LE DONNE AFGHANE A PAGARE IL PREZZO DELLA TRANSIZIONE

5 dicembre 2011 permalink 0commenti

“A dieci anni dall’inizio della missione Isaf in Afghanistan, la Conferenza internazionale che si apre oggi a Bonn mostra che il tempo è maturo per un’accelerazione del processo di transizione che dia piena sovranità nazionale al governo di Kabul e trasferisca pienamente funzioni di sicurezza e controllo del territorio alle autorità locali.
E’ alto però il rischio che questa accelerazione, e la conseguente “riconciliazione nazionale” con alcuni settori talebani, venga pagata da chi, in Afghanistan, in questi anni si è più speso per la promozione dei diritti umani e delle donne in particolare. Non possono essere loro a pagare il prezzo della transizione. Per questo è essenziale che da Bonn giunga un impegno chiaro della comunità internazionale a non abbandonare al suo destino il popolo afghano, e soprattutto le donne che in questi anni hanno scommesso sulla propria libertà.
Sarà necessario, man mano che le missioni militari si ridurranno di numero ed intensità, un sempre più forte impegno politico al fianco delle donne e degli uomini afghani impegnati per i diritti umani, un rafforzamento delle attività di formazione del personale civile afghano e di addestramento delle forze militari e di polizia, e soprattutto investimenti più consistenti e più coordinati sulla cooperazione civile, a partire da quei progetti incentrati sulla tutela e sulla promozione dei diritti delle donne.
L’Italia può dare un contributo prezioso, sia nella cooperazione con le autorità afghane nel settore della sicurezza, grazie al ruolo di specifica competenza delle nostre forze armate, sia nell’ambito della cooperazione civile, grazie al grande lavoro compiuto dalle ONG italiane, a partire dalla Conferenza di Roma della società civile afghana del maggio 2011, impegno a cui è davvero tempo di affiancare un ruolo politico più incisivo e un contributo di risorse più significativo da parte del governo italiano”.
E’ quanto dichiara Federica Mogherini, deputata PD e Responsabile Globalizzazione del PD.


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chi sono
Sono nata a Roma il 16 giugno del 1973 da papà toscano (Anghiari, Arezzo) e mamma veneta (Vittorio Veneto, Treviso).
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