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Agenda

MARTEDI' 24 LUGLIO 2012

23 luglio 2012 permalink 0commenti


Parteciperò alle ore 12.00 all'incontro "Vodafone Angel - Stop staliking" sui temi della sicurezza e della lotta alla violenza contro le donne, presso la Sala delle Colonne (Via Poli, 19) della Camera dei Deputati a Roma.

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Per la pace

PARTITA NUCLEARE, L'EUROPA NON GIOCA

14 dicembre 2011 permalink 0commenti

«La crisi economica oscura tutto». Sono queste le parole che tracciano meglio l’inquietudine che attraversa la conferenza che si sta svolgendo in questi giorni a Seoul sulla sicurezza nucleare, in preparazione del summit che si terrà qui il prossimo 27 marzo.
Anche qui, infatti, il tema ricorrente delle conversazioni informali è la sostenibilità del debito italiano, l’eventualità di un intervento più diretto di Bce e Fmi, i veti di Cameron. Eppure, qui siamo esattamente all’intersezione geografica dei due fenomeni più inquietanti della partita nucleare: la Corea del Nord è vicina, con il suo programma di proliferazione; e Fukushima è a solo due ore di volo, con le devastanti conseguenze di un incidente nel campo dell’energia nucleare che sembra essere avvenuto nonostante il rispetto degli standard internazionali.
Proliferazione e sicurezza, due facce di una stessa medaglia che vista da qui, dal cuore del nord-est asiatico, sembra tutt’altro che un tema esotico. In Europa crediamo spesso sia un retaggio anacronistico della guerra fredda, o l’incubo di un futuro remoto ed improbabile – in ogni caso, un tema di nicchia di cui qualcuno, ogni tanto, trova il tempo di occuparsi.
Ma è solo una questione di temperatura: più ci si avvicina al fuoco, più sale – ed è un incendio che può bruciare il mondo. Vista da qui, la minaccia nucleare sembra drammaticamente vicina, attuale, il rischio concreto, e devastante. Non è un caso infatti se sarà proprio qui, a Seoul, che la prossima primavera i capi di stato e di governo di una cinquantina di paesi si troveranno, per rinnovare a distanza di due anni dal primo summit di Washington il proprio impegno per la sicurezza e la non proliferazione nucleare.
Sarà, com’è ovvio che sia anche se l’intento non è ovviamente dichiarato, un evento dall’alto valore simbolico e politico nei confronti della Corea del Nord, il cui regime non sembra aver risposto in alcun modo positivo ad anni di negoziati condotti nell’ambito dei “six party talks” voluti fortemente dalla Cina e da tempo sospesi.
Dopo un 2010 di forte tensione anche militare nella regione, ed un 2011 di lenta e relativa distensione, il 2012 sarà un anno di attesa e transizione: con elezioni politiche e presidenziali in Corea del Sud (ed un possibile cambio di governo con un conseguente ritorno ad una politica più distensiva verso Pyongyang); un avvicendamento nel regime nord coreano, dinastico e chiuso al resto del mondo ma forse pronto a qualche cambiamento; una nuova leadership in Cina, attore chiave nella regione anche sul dossier nucleare; ed elezioni negli Stati Uniti, con un presidente che ha fatto del disarmo e della non-proliferazione uno dei suoi cavalli di battaglia e difficilmente potrà permettersi di venire in Corea, a pochi mesi dalle elezioni, senza ottenere alcun tipo di “ritorno” in termini politici.
Lo scenario che si aprirà nei prossimi mesi sarà quindi potenzialmente nuovo, ed il dibattito è aperto sulle strategie da seguire: c’è chi spinge per sanzioni più stringenti su Pyongyang, pensando di riuscire così a mettere nell’angolo un regime già in grandissima difficoltà; chi invece propone un pacchetto di incentivi che aiuti la nuova leadership ad uscire dal vicolo cieco dell’isolamento internazionale; chi insiste sul legame intrinseco tra sopravvivenza del regime e programma nucleare, sostenendo che solo una democratizzazione del paese renderà superflua la corsa agli armamenti attualmente in corso, e chi invece teme che anche il solo accenno ad un regime change possa provocare una reazione di ancor maggiore chiusura; c’è chi spera che l’onda lunga delle primavere arabe e dell’alba russa arrivi fino a Pyongyang – una pia illusione, considerato l’isolamento totale cui è soggetta la popolazione nord-coreana.
Infine, c’è da esplorare il ruolo della Cina – forte e determinante, ma a tratti fortemente ambiguo: la percezione che sia il key-player senza forse essere davvero pronta a svolgere questo ruolo fino in fondo. Ed il ruolo degli Stati Uniti, sempre più proiettati nell’area del Pacifico e sempre più dipendenti dagli equilibri di questa regione – sia nel campo della sicurezza che in quello economico e commerciale.
L’impressione, qui, è che la partita della denuclearizzazione della penisola coreana e la sua riunificazione possa essere giocata sulla falsariga della gestione del post-guerra fredda in Europa: quando fu chiaro che la frattura nel cuore della Germania era un handicap che l’Europa non poteva permettersi, e che la pacificazione e lo sviluppo della regione erano di tale rilevanza per il resto del mondo da rendere inderogabile una ricomposizione.
Qui potrebbe accadere esattamente lo stesso processo: la partita (che fortunatamente non è militare, o almeno non prevalentemente) tra Cina e Stati Uniti, è talmente complessa e vitale per il resto del mondo da richiedere in tempi brevi una semplificazione dei dossier ancora aperti e problematici, a partire da quello nord-coreano. E difficilmente Pyongyang potrebbe resistere ad una pressione forte ed univoca da parte della Cina nel senso di una sua denuclearizzazione.
Vedremo quali cambiamenti e quali nuovi equilibri porterà questo 2012 di transizione. Quel che è, purtroppo, già evidente è che qui, nel nord-est asiatico, in uno degli scacchieri più cruciali del mondo non solo dal punto di vista dei rischi militari, ma soprattutto delle opportunità di crescita economica e di scambi commerciali, qui dove la crescita è al 4 per cento e gli investimenti in ricerca sono la priorità, qui la presenza, la rilevanza, il ruolo europeo (che sia dell’Unione o dei suoi singoli paesi) è molto vicina allo zero.
La crisi economica sta oscurando anche questo. Ma quando sarà passata, recuperare terreno sarà tanto difficile quanto necessario.

Articolo pubblicato sul quotidiano "Europa" il 14 dicembre 2011

Sulla stampa

DECALOGO ANTISTUPRO: PER ALEMANNO LA SICUREZZA DELLE DONNE È UN LUSSO, ROMA MERITA DI PIÙ.

27 luglio 2011 permalink 0commenti

"Col decalogo antistupro “Vademecum per la tua sicurezza. Sicurezza, un lusso che oggi noi donne vogliamo permetterci”, patrocinato dal Comune di Roma e distribuito in 10.000 copie nelle metro della Capitale, finalmente la destra esce allo scoperto: la sicurezza non è un diritto da garantire a tutti i cittadini, donne e non, attraverso politiche per migliorare la qualità della vita, politiche sociali, politiche per l’integrazione, azioni di controllo del territorio e di contrasto alla criminalità serie e mirate, meno propagandate e più efficaci.
Per la destra di Alemanno, niente di tutto questo. La sicurezza, al netto delle chiacchiere e della propaganda, è semplicemente un lusso, per le donne in particolare. Chi se la può permettere da sola, bene. Per le altre, pazienza.
Roma merita di più, un’amministrazione che sappia rispettare le donne e assicurare politiche serie e credibili, a partire proprio dalla sicurezza".
E’ quanto dichiara Federica Mogherini, deputata PD e Segretario della Commissione Difesa della Camera.


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Sulla stampa

ESERCITI REGIONALI: SOLO PROPAGANDA DELLA LEGA, NIENTE SICUREZZA PER I CITTADINI

5 aprile 2011 permalink 0commenti

“Verrebbe da ridere, se non ci fosse da piangere, di fronte alla proposta della Lega Nord di istituire il “Corpo dei volontari militari per la mobilitazione”, 20 piccoli eserciti regionali.
Si vede proprio che hanno solo voglia di spararla grossa, invece di lavorare per garantire la sicurezza ai cittadini.
Al di là delle ovvie considerazioni di costituzionalità (l’art. 117 della Costituzione attribuisce allo Stato competenza esclusiva in materia di difesa e di ordine pubblico), gli eserciti regionali sarebbero un irrealizzabile pasticcio, con un garbuglio di competenze e sovrapposizione di ruoli con le forze di polizia, le forze armate, la protezione civile”.
E’ quanto dichiara Federica Mogherini, deputata PD e Segretario della Commissione Difesa della Camera.
“Sarebbero 20 "piccoli eserciti" che dipendono da Roma, dal Capo di Stato Maggiore della Difesa, e allo stesso tempo da 20 Presidenti di Regione: cosa accadrebbe se Roma e Milano avessero opinioni divergenti su cosa far fare, ad esempio, all’esercito lombardo (che, oltretutto, non si potrebbe neanche costituire per esiguità di componenti)?
Alla faccia della semplificazione, della devoluzione, dell’efficienza, del risparmio di risorse pubbliche.
Invece di raccontare frottole agli italiani, dalle ronde agli eserciti regionali, la Lega Nord pensi piuttosto a governare, visto che un suo autorevole esponente guida da anni il Ministero dell’Interno e ha già strumenti e potere per occuparsi della sicurezza dei cittadini”.


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In Veneto

OPERAZIONI NOSTALGIA

16 marzo 2009 permalink 5commenti
A Mestre, nella sede del PD, dopo una mattina a Padova per l'incontro con i sindaci che hanno promosso la campagna del 20% dell'IRPEF ai comuni, e prima dell'assemblea dei circoli a Belluno. Bellissima giornata di sole, di primavera, qui nel profondo nord leghista, all'inizio della settimana in cui alla Camera iniziamo a votare in aula il federalismo fiscale e, in discussione già oggi pomeriggio, la nostra mozione per impegnare il governo a dare immediatamente la disponibilità di fondi ai comuni. Paradossalmente, ma forse non poi tanto, esattamente com'è stato la scorsa settimana, riesco a scrivere proprio quando sono fuori. Roma è totalizzante - tra aula, partito, appuntamenti e convegni, lì non respiro. Da fuori, prendendo a prestito i validi e potenti mezzi tecnologici delle sedi locali, si lavora con più calma, con più tranquillità. Qualcuno aveva suggerito, in un commento al post precedente, di invitare un iscritto scelto a caso ad una riunione di segreteria. Io sono convinta che sia più efficace mandare chi fa parte della segreteria a lavorare nei circoli - o nelle sedi provinciali, o regionali - ed in fondo è il senso di questa segreteria, composta così. Se in fondo io, che sono l'unica "romana" di nascita e la più "romana" di residenza, scrivo sempre da un posto diverso d'Italia, significa che almeno ci mettiamo d'impegno.

Questa mattina ho ascoltato i sindaci del veneto lamentarsi di un governo lontano ed indifferente, che pianifica un federalismo astratto e vuoto e nel frattempo toglie risorse ai comuni per la gestione quotidiana dei servizi, ed impedisce loro di avviare quelle tante piccole opere immediatamente cantierabili che - quelle sì, altro che ponte sullo stretto - contribuirebbero a rimettere in moto l'economia. Noi del PD c'eravamo, ad ascoltarli e a ragionare con loro. C'era anche un parlamentare dell'UdC. Uno di Forza Italia (che ha provato a dire che lui ci prova, ma è ininfluente). Nessuno della Lega. Chissà che, dopo 15 anni di federalismo raccontato, non ci si inizi a rendere conto che non sono in grado di praticarlo.

Sabato, a Verona, ho fatto un incontro con il Forum delle donne (trasversale, bipartisan) per ragionare di leggi elettorali e donne nelle istituzioni. Per il PD c'eravamo io e la Gottardi, ed il segretario del PD provinciale. Per il PdL la Bonfrisco, che dopo essere intervenuta (per dire quanta nostalgia ha degli anni '80, in cui in fondo i partiti funzionavano - mica come questi qui di oggi, roba di plastica in cui si candidano veline e cantanti!) è andata via. La parlamentare leghista è arrivata a mattinata quasi conclusa. Ad un certo punto si è alzata un'avvocato, dichiaratamente di Forza Italia, per lamentarsi dell'assenza del centrodestra e della loro mancanza di serietà e coerenza. 

In quello stesso incontro, erano invece presenti in gran numero i segretari dei partiti che si collocano alla nostra sinistra. Tutti uomini, tutti over 60 (a occhio), tutti molto attenti a differenziarsi l'uno dall'altro, tutti piuttosto nostalgici degli anni '70 - un'epoca in cui il conflitto era serio, ed i diritti degli uni si rivendicavano in contrapposizione con quelli degli altri. In tutta sincerità (mi sono data questa regola: dico quello che penso, anche quando immagino possa non riscuotere grande consenso), ho detto alla Bonfrisco che non ho alcuna nostalgia degli anni '80, ed a loro che non ho alcuna nostalgia degli anni '70. Sarà che negli anni '80 andavo alle medie, la moda era terribile, la politica respingente. Sarà che negli anni '70, una mattina di quasi primavera, trovai la strada che normalmente facevo per andare e tornare da scuola chiusa, piena di polizia, e da allora Via Fani è nota per quel giorno, per quegli spari. Sarà per questo, che non riesco ad associare alla parola "conflitto" una valenza positiva. Sarà perchè più guardo il mondo per com'è più mi convinco che i diritti degli uni si rafforzano insieme - e non contro - i diritti degli altri.

O sarà semplicemente che qualsiasi operazione nostalgia mi va stretta, perchè ci rinchiude in un passato che in Italia ritorna sempre, una sorta di coazione a ripetere che è davvero la nostra condanna, la fine di ogni libertà di pensare, immaginare, inventare cose nuove, futuro. Non ce la faccio più, delle operazioni nostalgia. Non ho nostalgia di niente. Ho, invece, un disperato bisogno di futuro! 

PS: sinceramente, io non ho nostalgia neanche delle coalizioni di governo delle nostre ultime esperienze. Che hanno fatto anche cose buone, per carità (ed ottime, se si guarda al disastro di questo governo). Ma non dimentico l'estenuante trattativa quotidiana su ogni virgola, l'ambiguità e la paralisi su ogni tema, il coro di no ad ogni decisione. Certo, se dobbiamo rassegnarci a quello stato esistenziale tanto vale tornare là. Ma io lavoro per avere un partito che non introietti tutti i mali di quelle coalizioni, e che sia in grado di non fare operazioni nostalgia, ma di costruire con un certo coraggio il futuro.

PPS: a guardare la gente che gira la sera per Verona, si capisce che il termine "sicurezza" è esposto ad interpretazioni estremamente soggettive... io, se incontro di sera gente così, sicura non mi ci sento affatto.  
Democratica

FARE COMUNITA'

9 febbraio 2009 permalink 0commenti

Sono successe mille cose dall’ultima volta che ho scritto. Solo qualche giorno fa, in fondo. Eppure, faccio fatica a raccontare, come raramente mi è successo. Perché da una parte c’è la vita che scorre – la mia – con le cose belle e quelle brutte, il lavoro e le emozioni, i pensieri e le preoccupazioni. Dall’altra, una cesura: prima le tre oscenità inserite nel provvedimento sulla “sicurezza” (sicurezza di chi…?!), poi l’uso cinico di un caso umanamente dolorosissimo per forzare lo scontro istituzionale e portarlo ad un punto di rottura. Di fronte a questo, raccontare del viaggio che ho fatto giovedì a Sarajevo o dell’incontro di oggi con il Dalai Lama mi riesce davvero difficile. Perché si ha l’impressione che fare le proprie piccole grandi cose, giuste o sbagliate che siano, sia del tutto fuori contesto, fuori dimensione. Come svuotare con un cucchiaino la nave che affonda.

Mi è sempre riuscito difficile misurare l’impegno. Capirne il limite, accettarlo. Di fronte a qualcosa di sbagliato – di profondamente sbagliato, di culturalmente sbagliato – l’inadeguatezza dei mezzi che si hanno a disposizione per arginare la valanga rischia di far rinunciare. Si oscilla tra l’indignazione rabbiosa che resta testimonianza, e l’affannarsi a star dietro alle “piccole grandi cose” che ti illudi possano fare la differenza, se non subito a lungo termine, se non su tutti su qualcuno.

Credo che la differenza – tra l’arrendersi e l’affannarsi su ciò che si può, tenendo fuori il martirio che non mi pare un’opzione – possa essere nel “fare insieme”. Anthony Sistilli, che è un caro amico oltre ad essere il presidente dei Democrats americani in Italia, mi ha fatto notare una volta che lo slogan “yes we can” ha avuto la forza che ha avuto perché la sua traduzione più appropriata, in italiano, sarebbe stata “sì, insieme noi possiamo”. E che non tanto nel “possiamo”, ma nell’ “insieme” sta la sua portata rivoluzionaria, in un tempo in cui la politica rischia di ridursi a consenso mediatico, e la capacità di considerarsi comunità diminuisce fino a sparire. D’altra parte, Obama era un “community organizer” – una funzione che in italiano non è neanche traducibile…

Ed anche dalle mie piccole grandi cose di questa settimana non posso che trarre l’insegnamento (la “morale”) che è quando si riesce a fare comunità, quando si lavora insieme per un bene comune, un interesse collettivo – che non è necessariamente il mio personale ma è quello che mi può consentire di vivere meglio nel contesto in cui sono -, è allora che il buon senso tiene, l’odio evapora, la vita riprende colore.

A Sarajevo ho visto i palazzi ancora ricoperti dei segni degli spari dei cecchini, e le “manine” delle granate per terra. E ragazze e ragazzi bere caffè ai tavolini dei bar all’aperto in un’improbabile giornata di caldo e sole a febbraio. Qualche mio collega (ero in missione per la Commissione Difesa) si stupiva del fatto che le donne non avessero il velo, ed anzi fossero molto “occidentali” – sapevano che la Bosnia è musulmana… evidentemente abbiamo interiorizzato il conflitto di civiltà più di quanto non lo vivano, oggi, coloro che hanno combattuto o subito sulla propria pelle un conflitto etnico.

Oggi, il Dalai Lama si diceva “triste”, e non “arrabbiato”, per lo scivolare graduale ma costante del proprio popolo verso sentimenti di rabbia e frustrazione che lui teme possano far abbandonare la strada della nonviolenza che fino ad oggi hanno seguito. E ripeteva che non è “contro” i cinesi, ma al contrario anche per loro, che sarebbe bene arrivare all’autonomia del Tibet, alla libertà religiosa, al rispetto pieno dei diritti umani in Cina.

Qualche giorno fa, accanto alla notizia che al Senato si è introdotta la possibilità per i medici di denunciare gli immigrati clandestini che vanno a farsi curare, c’era quella di un gruppo di genitori di una scuola di Roma che minaccia di spostare i propri figli in un altro istituto perché lì gli immigrati sono troppi, e “non si integrano”. Uno di loro, intervistato, si lamenta del fatto che il pomeriggio i bambini non si frequentino, che bimbi figli di immigrati restino tra di loro. Come possiamo pensare che si integrino, se li spingiamo a vivere nella paura? Come possiamo contrastare la clandestinità, se non offriamo strade per la legalità? Viene da pensare che si colpisce la vittima (vittima due volte: del racket dell’immigrazione clandestina, e della disperazione del luogo da cui proviene) e non il sistema che ne fa una vittima (la criminalità organizzata su piccola o larga scala) perché finchè ci saranno clandestini ci sarà negli italiani la paura e l’odio. Ed è più facile trarre consenso dall'odio che nel tentativo faticoso di costruire l'integrazione, la convivenza. 

La schedatura dei barboni segue di 24 ore o poco più l’episodio di Nettuno, in cui tre ragazzi annoiati hanno dato fuoco ad una persona - “non per razzismo”, ci si è affrettati a sottolineare. Come se non fosse la paura ed il disprezzo del “diverso”, la radice comune di una violenza che dilaga. Come se ci fosse bisogno di dire che bisogna "essere cattivi". 

E di fronte agli stupri che avvengono quotidianamente, la soluzione sarebbero le ronde – ma non armate… - ?

Non si vede che siamo infilati in un circolo vizioso, che alimenta l’odio ed uccide il rispetto. Una volta morto il rispetto, uccidere la persona è semplice, facile, quasi banale. Certo, condannabile – ma come si condanna chi brucia un cassonetto, chi scuoia un gatto. Non si fa, non è bene. Ma già non siamo più nell’ambito dei tabù – già non parliamo più di sacralità della vita umana (che sia della ragazza stuprata, del barbone schedato e bruciato, del clandestino che pur di non farsi rimandare indietro rinuncerà alla propria salute).

Si condanna a morire chi vuole vivere – e si condanna a vivere chi con ogni probabilità vorrebbe morire.

Sono tra chi pensa che dovremo fare una legge che preveda il testamento biologico. Personalmente, da agnostica, resterei attaccata all’ultima macchina utile a farmi respirare anche se fossi in condizioni vegetative. Mi farei pure ibernare. Perché, da non credente, ho un attaccamento alla vita terrena quasi disperato, ed alla morte preferirei qualsiasi tipo di vita. Mi stupisce che chi crede che dopo la morte ci sia una vita migliore di quella terrena non accetti il momento del trapasso naturale – lo trovo contraddittorio, e per come mi ricordo il mio catechismo, direi che fino a qualche anno fa la chiesa avrebbe assunto un atteggiamento molto diverso, ma forse sbaglio.

Comunque, credo che debba esserci una legge che consenta ad ognuno di scegliere. Nel frattempo, il “caso Eluana” è stato oggetto di una sentenza, definitiva. La libertà e la responsabilità della scelta sta sulle spalle e nelle mani della famiglia. Non cerdo sia una libertà ed una responsabilità facile da esercitare. Trovo di una violenza inaudita l’idea che sia il governo con decreto, o il parlamento con un disegno di legge ad personam, ad espropriare la famiglia di questa libertà e di questa responsabilità. E credo, sinceramente, che sia strumentale: non tanto alla volontà della Chiesa, ma a quella di cambiare la Costituzione. Cosa che rende ancora più dolorosa e meschina questa finta corsa contro il tempo. Cosa dovremmo fare, dividerci tra chi la vuole morta e chi la vuole tecnicamente viva…?! Gioire, in un caso o nell’altro..?! E’ un gioco cinico, disumano, fatto sulla pelle di persone che soffrono.

E' un gioco che punta a rompere tutti gli assetti istituzionali, ed a dividere gli italiani in tifoserie disumane. Pericoloso dal punto di vista politico, raccapricciante sotto il profilo umano.

Credo che l'unico argine sia non farci dividere, non diventare partigiani. Fare comunità. Sarà difficile, sarà lungo, sarà doloroso. Ma credo che sia l'unica strada possibile.

Diario

CHE BUIO...

28 gennaio 2009 permalink 3commenti
In aula tutto il giorno, oggi, per votare mozioni. L'unico strumento di iniziativa parlamentare, a dire la verita' piuttosto debole, rimasto in vita sotto la valanga di conversioni di decreti legge che ci arriva ogni settimana. Piuttosto deprimente.

Ma non e' certo questa la ragione principale di depressione, in questi giorni. Ce n'e' in abbondanza, purtroppo.

La violenza dilaga. Sono gli stupri, e le battute sugli stupri. E' la caccia al rumeno e la clemenza al romano di buona famiglia, il bravo ragazzo. Il riflesso di rabbia della giustizia fai da te. Un ministro della giustizia che riferisce in aula sul degrado del nostro sistema giudiziario facendo un lungo elenco di disastri e neanche una indicazione di massima di come non dico risolverli, ma almeno affrontarli.

E' l'illusione che moltiplicare i soldati in strada serva a prevenire delitti, mentre con l'altra mano si tagliano i fondi alla polizia, e si pensa di rendere inutilizzabili le intercettazioni. E' la voce di un amico veronese che con calma mi dice che la sera e' bene evitare di incrociare gli sguardi, per strada, perche' puo' scattare l'aggressione - cosi', senza motivo, senza ragione. E' il perdersi della ragione e della razionalita'. Il parlare di sicurezza ed intendere protezione - di chi?

E' il divieto del kebab a Lucca, proprio nel giorno della memoria. E' la confusione e la paura, l'assenza di certezze che spinge ad attaccarsi a cio' che si trova, qualsiasi cosa sia. La confusione tra religione e politica, che attecchisce qui nel cuore della laica Europa dopo aver devastato il laico mondo arabo. E' la strumentalita' delle certezze granitiche, delle leggi divine. Le identita' deboli che si fanno forti nello scontro con l'altro. La tristezza della convivenza impossibile.

La violenza dilaga, giorno dopo giorno, goccia dopo goccia, e non trova argini. Ci si sente persi e soli contro un mondo che va da un'altra parte, si rischia di smarrire l'orientamento e rinunciare in silenzio, quasi senza accorgersene, alle proprie idee ed ai propri valori. Si rischia di rinunciare ad essere se stessi, vicini agli altri e simili all'altro.

Poi si guarda al mondo, fuori dal nostro piccolo cortile chiassoso e rissoso, e si vedono cose che cambiano, messaggi di dialogo, impegni mantenuti, azioni coerenti. Si vede un presidente americano che si chiama Hussein assumersi il compito di spiegare agli americani che il mondo islamico e' pieno di gente perbene che vuole crescere i figli in un mondo migliore, ed ai musulmani che l'America non e' il loro nemico. Costruire ponti, abbattere i muri. Un piano di economia verde per tenere insieme lo sviluppo economico e la possibilita' di continuare a vivere in questo mondo - altrimenti votato all'autodistruzione. La scelta di chiudere Guantanamo senza per questo ammorbidire il contrasto al terrorismo internazionale, anzi capendo che sara' grazie alla coerenza dell'esempio che lo si potra' sconfiggere meglio. 

E noi siamo qui armati di mattoncini per costruire i nostri piccoli muri, gli uni contro gli altri, a dividere e dividerci su tutto. Noi siamo qui con lo sguardo a domani mattina, senza vedere non dico il lungo periodo - ma neanche il primo pomeriggio.

Non e' che uno per questo non ci provi, o ci provi di meno, a fare cio' che crede sia bene fare. Anzi, ci si rimbocca le maniche e si va avanti. E' solo che un po' passa il buon umore. E cresce l'invidia.

chi sono
Sono nata a Roma il 16 giugno del 1973 da papà toscano (Anghiari, Arezzo) e mamma veneta (Vittorio Veneto, Treviso).
contatti mail: mogherini_f@camera.it
tel: 06.67605348
Fax: 06.67605726
Indirizzo: Camera dei Deputati, Piazza S. Claudio 166 - 00186 Roma


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