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Diario americano

LA RINCORSA DI OBAMA

7 novembre 2011 permalink 0commenti
Tra un anno esatto domani l’America andrà al voto per eleggere il suo presidente. Un anno è lungo, ed oggi le incognite sono più delle certezze, ma alcune chiavi di lettura emergono già chiaramente.
Innanzitutto, c’è la frammentazione e la debolezza del campo repubblicano. L’onda di popolarità dei Tea Party si è rivelata tanto potente quanto breve: ha dato alla destra americana la possibilità di riprendersi dalla sconfitta, vincere le elezioni di midterm, portare al Congresso un gran numero di politici tanto “nuovi” e radicali quanto inesperti del funzionamento della macchina legislativa, ed ora lascia dietro di sé una scia di insoddisfazione difficile da colmare e da ignorare.
Dopo la scelta di Sarah Palin di non candidarsi alle primarie repubblicane, ogni tentativo di dar corpo e voce alla destra estrema all’interno della competizione per la Casa Bianca è parsa priva di solide basi e di reali prospettive.
A meno che la Palin non scelga, lungo il percorso di questa lunga campagna, di fare la sua corsa solitaria contro tutti – e soprattutto contro il candidato repubblicano se dovesse essere “centrista” –, gli umori populisti dei Tea Party sono destinati a restare relegati nell’ambito della protesta. Una protesta che potrebbe danneggiare lo stesso candidato repubblicano, soprattutto se uomo di establishment o percepito come tale. È un rischio che corre Mitt Romney, il più probabile candidato repubblicano, ex governatore del Massachusetts, imprenditore, mormone (ma comunque religioso), certamente insidioso per i democratici.
Solido, ottimo oratore, carismatico e di bell’aspetto (conta anche questo, in America e non solo), il suo tallone d’Achille oltre alla religione è sempre stata l’accusa di essere una bandiera al vento, pronto a cambiare idea e posizione a seconda del momento, della convenienza.
Ma oggi che il livello di fiducia nelle istituzioni e nella politica è crollato drammaticamente anche da questa parte dell’Atlantico, l’opinione pubblica americana ha smesso di considerare la coerenza un valore assoluto, e inizia a ritenere fisiologico un certo grado di opportunismo.
Tanto vale quindi, tra gli opportunisti, scegliere il migliore, quello che ha più chance di vittoria perché piace a molti, anche al centro, agli indecisi, a chi di solito non vota – e qui è il segmento più rilevante dell’elettorato. Ma proprio questo suo piacere agli “indipendenti” può non piacere a chi si è mosso in questi anni fuori dal partito, a destra, nei Tea Party. Ci sono poi le divisioni aspre che queste primarie stanno portando in campo repubblicano, a partire dal caso Cain.
L’accusa di molestie sessuali degli anni Novanta, poi risolte con un accordo ed un risarcimento economico, che lui inizialmente nega, poi spiega, poi ritratta, lo inchioda all’immagine del candidato unfit, “non adeguato”, perché qui non devi mai mentire, perché una bugia rivelatasi tale fa più male di qualsiasi atroce verità. E quando Cain tenta di usare la vicenda a proprio favore, trasformandosi in vittima della stampa liberal, obiettivo di un complotto dell’establishment di Washington, ed accusa Perry di essere dietro allo scandalo sollevato contro di lui, fa anche peggio.
Banali lotte fratricide, che si alimentano di “antipolitica” e a loro volta la alimentano, a dimostrazione del fatto che la competizione interna non sempre è salutare.
Di fronte ad un campo repubblicano indebolito e frammentato, confuso ed arrabbiato, e che ha mostrato nei primi dibattiti una drammatica inconsistenza sul piano dei contenuti e delle proposte, c’è un presidente in carica costretto alla ricandidatura nel momento più difficile per la sua popolarità.
Inutile negarlo, Obama ha perso molta della sua forza in questi tre anni di crisi economica. La sua corsa alla Casa Bianca era stato un volo, un sogno spinto dalla speranza e dalla voglia di cambiamento. Poi l’America si è svegliata con un tasso di disoccupazione al 9 per cento – cifre inaudite, qui. Difficile pensare che ne porti addosso tutta la responsabilità, ovvio.
Molto ha fatto, e bene. La riforma del sistema sanitario. Le prime misure di stimolo all’economia. Il tentativo di una regolamentazione dei mercati finanziari. E poi la politica estera: mai un presidente democratico ha avuto tanta credibilità sul fronte della sicurezza nazionale (tema tradizionalmente di destra qui come in Europa), mai il consenso sul ruolo degli Usa nel mondo è stato tanto alto in anni recenti – dalle scelte sul disarmo nucleare al ritiro dall’Iraq, passando per un nuovo dialogo con il mondo arabo e con le potenze emergenti, anche se resta il nodo dell’Afghanistan, drammaticamente insoluto ma anche sempre meno importante agli occhi di un’opinione pubblica concentrata sull’economia.
L’economia, appunto. È qui che il volto di Obama si fa più teso, i capelli grigi. È qui che forse ha fatto il suo errore più grande – il braccio di ferro con un Congresso a maggioranza repubblicana che è diventata un’ammissione di debolezza, una cessione di ruolo difficilmente recuperabile. Durante l’estate, il presidente cerca il dialogo bipartisan sull’abbassamento del debito.
I repubblicani lasciano il tavolo, la loro strategia punta da sempre ad una paralisi istituzionale che scarichi sulla Casa Bianca la responsabilità delle misure non prese, dello stallo. Obama insegue, propone, alla fine insedia una “supercommissione” bipartisan incaricata di preparare un piano di tagli al bilancio molto pesanti, e consensuali, da sottoporre all’approvazione del Congresso il prossimo 23 novembre – altrimenti scatteranno tagli automatici ancora più pesanti, soprattutto per il settore della difesa, il cavallo di battaglia dei repubblicani.
Ora, è probabile che la supercommissione non arrivi ad un accordo, o che trovi un parziale compromesso per evitare che la scure si abbatta sul bilancio della difesa. Mai i repubblicani concederanno l’introduzione di nuove tasse in un anno elettorale, mai i democratici faranno passi indietro sull’istruzione o sul sistema sanitario.
Ma intanto, il tema sono i tagli, la riduzione del debito, e non gli stimoli per lo sviluppo, la crescita, i posti di lavoro. L’agenda è repubblicana, qualunque sia l’esito del braccio di ferro.
E poi, un presidente eletto sull’idea di unire un paese troppo diviso si sta confrontando da mesi con uno scontro frontale, in quella stessa Washington che dichiarava di voler cambiare, pacificare. Il tentativo di cambiare l’agenda è però in atto: il piano per il lavoro, pur se difficilmente andrà in porto al Congresso, sposta l’attenzione dalla riduzione del debito a quei temi sociali oggi cari alla gran parte dell’opinione pubblica americana, ed il movimento “Occupy Wall Street” contribuisce a cambiare le priorità, soffiando di nuovo su quel vento di cambiamento su cui Obama è oggi di certo meno credibile di ieri, ma in ogni caso ancora più di qualsiasi candidato repubblicano. La strada è ancora lunga, ed in salita per tutti.
L’entusiasmo di qualche anno fa è sparito, sia in campo democratico che in quello repubblicano. Difficile pensare agli alti livelli di partecipazione al voto del 2008, quando la vera vittoria di Obama era stata portare alle urne chi non aveva mai votato prima. È come se la gente oggi non ci credesse più. E forse è questo il prezzo più alto della crisi economica. Da una parte e dall’altra dell’Atlantico.

Articolo pubblicato su Europa sabato 5 novembre 2011

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Diario americano

EUROPA E USA, DESTINO COMUNE

4 novembre 2011 permalink 0commenti

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OBAMA AL NIAF: SEGNALE DI AMICIZIA PER ITALIA, NONOSTANTE INADEGUATEZZA DEL NOSTRO GOVERNO

30 ottobre 2011 permalink 0commenti

“Con la sua presenza all'incontro annuale della National Italian American Foundation, ieri a Washington, il Presidente Obama ha voluto mandare un chiaro segnale di amicizia e vicinanza a tutti gli italiani, celebrando insieme alla Speaker democratica del Congresso Nancy Pelosi i 150 anni dell'unita d'Italia”. E’ quanto afferma Federica Mogherini, parlamentare e responsabile globalizzazione del Pd, da Washington, dove ha partecipato al gala annuale del NIAF.
"E' stato un momento emozionante ed importante, non solo per i tanti italoamericani che contribuiscono a fare grandi gli Stati Uniti, ma anche per tutti quegli italiani che lavorano e
vivono qui, e che sono troppo spesso costretti, in questi ultimi mesi, a dover rispondere ad ironie e critiche che nascono dall'irresponsabilità e dall'inadeguatezza di chi è al governo del nostro meraviglioso paese, che merita di essere rappresentato ben più degnamente”.


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OBAMA & IL FUTURO DELL'AMERICA SU YOUDEM

3 ottobre 2011 permalink 0commenti



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A 10 ANNI DALL'11 SETTEMBRE

15 settembre 2011 permalink 0commenti

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OBAMA E DALAI LAMA

22 febbraio 2010 permalink 1commenti

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Diario americano

IMPRESSIONI AMERICANE

7 settembre 2009 permalink 0commenti
Sono stata qualche giorno in America, a Chicago. L’ultima volta che ero andata era dicembre, Obama non si era ancora insediato e la crisi era il tema che si iniziava ad imporre nelle vite delle persone e nell’agenda politica. Erano le due novità, seppure di segno molto diverso – ed in qualche modo c’era la speranza che una contribuisse ad allontanare l’altra.

Andando nella città del Presidente, mi aspettavo di trovare almeno in parte quell’entusiasmo e quella retorica obamiana che nei mesi ed anni scorsi erano stati ineludibili della politica e della comunicazione americana. Invece, no. Niente gadget. Difficile persino identificare la sua casa, in un quartiere che non ha altre attrazioni “turistiche” e che sarebbe stato logico aspettarsi avrebbe fatto della casa presidenziale un richiamo, una fonte di curiosità, o se non altro di banale guadagno – le foto, i souvenir, tutto ciò che è stupido ed inutile ma illude ogni singolo visitatore di avere in tasca un piccolo ricordo della storia. E invece niente. Giusto una macchina della polizia a sbarrare la strada, proprio come davanti alla sinagoga lì accanto.

E’ come se la febbre fosse passata, e l’entusiasmo avesse lasciato il posto ad un cauto, più razionale e decisamente più contenuto ottimismo. Tra la crisi ed Obama, ho avuto l’impressione che gli americani scommetterebbero ancora su Obama – che sia lui a riuscire a gestirla, piuttosto che lei ad affossarlo – ma vedono forse oggi meglio tutte le difficoltà, le salite, anche i possibili errori o le battute d’arresto che il Presidente potrà incontrare. Non è più un mito, ma un uomo. Ed ha di fronte a se non più una "novità", ma una crisi economica che ha ormai prodotto i suoi frutti - disoccupazione a livelli da record, case in svendita ovunque, per la prima volta emigrazione dalle zone più ricche in cerca di condizioni di vita più economiche... Il rischio è che il sogno americano non solo si fermi, ma faccia marcia indietro. La paura che torna a sommergere la speranza.

La vera differenza, l’ho percepita rispetto agli afroamericani. Forse perché Chicago è la città degli Obama – di Michelle prima di tutto. Forse perché è un luogo di integrazione da ormai diversi anni. O forse la differenza stava nei miei occhi, nel mio sguardo, e in quello di tanti altri bianchi anglosassoni. L’impressione di un nuovo orgoglio nero, di un nuovo e più fiero senso di cittadinanza, di appartenenza, di essere “veri americani” e non “una minoranza”. Certo, questo nel centro di Chicago, nei quartieri ricchi della Gold Coast e in quelli residenziali attorno all’Università, perfettamente integrati e un po’ radical chic. Non è certo la stessa cosa se si fa un giro nei quartieri solo neri del sud di Chicago, dove il colore della pelle è anche condizione economica, e sociale, disagiata, marginalità. Ma forse è un inizio contagioso, quello sguardo sicuro e bello negli occhi degli afroamericani che, proprio come il Presidente, ce l’hanno fatta.

Come sempre quando vado in America, ovunque in America, ci sono le grandi e le piccole stupide cose che invidio, che vorrei anche qui – o che mi portano a pensare che vivrei bene lì. E, insieme, quelle che detesto, che non vorrei vedere, che fanno male.

Le piccole stupide cose. Gli autobus non inquinanti che “si inchinano” per far salire e scendere le persone anziane, un sistema molto banale e molto efficace per far pagare a tutti il biglietto, ed un altrettanto semplice meccanismo per trasportare le biciclette. Il cibo di tutte le parti del mondo. I supermercati enormi dove di ogni cosa puoi trovarne 10 tipi diversi. La gente che per strada ti chiede se hai bisogno di indicazioni. La musica (questa forse è una grande cosa). I musei aperti gratis almeno una volta a settimana. I supermercati aperti 24 ore su 24 e 7 giorni su 7. I pic nic (e l’attrezzatura per i pic nic) nei parchi, la voglia di vivere gli spazi pubblici. Gli spazi aperti, anche nelle grandi città, la grandezza di tutto – i grattacieli, il lago.

Le grandi cose. Il senso di eguaglianza fondato sul lavoro duro e la responsabilità individuale. Il rispetto delle regole. L’apertura al cambiamento. Quello spirito rivolto al futuro che ha reso possibile che Obama diventasse Presidente. A volte in Italia ci si chiede se avremo mai un Obama. Ma non ce ne faremo mai niente di un Obama, finchè non ci sarà una società in grado di “riconoscerlo” e sostenerlo. Un piccolo esempio: di domenica, sono andata a sentire la messa nella chiesa presbiteriana del centro. Il sermone aveva come tema il cambiamento: le regole (anche quelle religiose) sono immutabili o possono cambiare? Dio non si aspetta forse dall’uomo, che ama così tanto, qualcosa di più che semplice e passiva obbedienza – ovvero che eserciti fino in fondo la sua responsabilità, compiendo scelte individuali e giuste nelle situazioni che la vita gli pone davanti? E le situazioni della vita non cambiano sempre, non rendono ogni scelta una scelta nuova, quindi aperta al cambiamento, e le regole fissate in passato non sono sempre un po' inadeguate di fronte alle scelte nuove? La conclusione era un convinto sostegno al riconoscimento delle unioni omosessuali. Ecco, questa è l’America.

O dovrei dire anche questa, è l’America. Perché poi ci sono quelle piccole e grandi cose che te la fanno odiare. Il negozio di bambole dove ogni bambina crea il suo clone, si vestono uguali, lo porta dal parrucchiere (vero, pagandolo con soldi veri), ed in ospedale (anche questo “vero”, per cui presumo ci voglia un’assicurazione vera). Le feste di compleanno per cani nei ristoranti di lusso, in cui servono bistecche a forma di osso per i festeggiati in cappottino di pelliccia, e palloncini a forma di cane. Cenare in un qualsiasi family restaurant e vedere che il tizio seduto nel tavolo accanto al tuo ha una pistola infilata nella cintura. E le mamme sole che trascinano i propri piccoli sempre addormentati da un autobus all’altro, da una metro all’altra, per farli stare seduti in un posto caldo e riparato – gli leggi la disperazione negli occhi.

Ma poi torni in Italia. E provi a riprendere faticosamente il filo di quello che succede in questo nostro strano paese, dove tutti vorrebbero cambiare tutto e tutto resta sempre uguale…

Diario americano

IL NUOVO MONDO (E IL VECCHIO)

21 gennaio 2009 permalink 3commenti
Sono state giornate lunghe, frenetiche, stancanti ed emozionanti. Ovviamente, la concentrazione nell'arco di due giorni di due provvedimenti relativi alla politica estera (ratifica del trattato con la Libia e decreto per il finanziamento delle missioni internazionali), in un Parlamento altrimenti concentrato unicamente su vicende interne, è stata calendarizzata nella giornata dell'insediamento del nuovo presidente degli Stati Uniti - un evento rilevante per tutto il mondo, questa volta più ancora di quelle precedenti, ed a maggior ragione per chi si occupa di politica estera... Oltretutto, non si è capita la fretta del governo: per la ratifica del decreto sulle missioni internazionali avevamo tempo fino al 1 marzo, e noi finanziamo (tra le altre) una presenza italiana a Gaza con 4 Carabinieri nel momento in cui il governo annuncia che ce ne manderà 16. Inefficienza delle istituzioni, scarso tempismo, o solo un approccio confuso e da dilettanti, probabilmente. 

Provo ad andare per punti, con ordine.

1. Missioni internazionali. Qui c'è il mio intervento in aula. Siamo riusciti a far rimettere 45 milioni per la cooperazione civile per i primi 6 mesi dell'anno, ed oggi presentiamo un ordine del giorno che impegna il governo a metterci almeno la stessa cifra per il secondo semestre. Per i primi 6 mesi aumentano i fondi per le missioni militari, ma non essendo aumentato il Fondo annuale si tratta solo di un anticipo di cassa: si spendono tutti i soldi adesso, confidando che a giugno Tremonti ne conceda di nuovi (buona fortuna). La cosa sconcertante è che non è dato sapere qual'è il contributo qualitativo (al di là di quello quantitativo: soldi e uomini e mezzi) che il nostro paese dà alla definizione delle linee strategiche delle missioni internazionali. Nel momento in cui il mondo, Stati Uniti per primi, si interroga su come cambiare direzione in Afghanistan, noi ci limitiamo ad assumere un ruolo passivo - diamo ciò che ci viene chiesto. E la politica? Non pervenuta. Per questo abbiamo depositato un disegno di legge quadro sulle missioni internazionali (per evitare che sia semplicemente un passaggio obbligato, contabile e burocratico), ed un emendamento al decreto che impegna il governo a riferire ogni 3 mesi almeno su Afghanistan e Libano. Tra poco lo presentiamo e votiamo in aula.

2. La Libia. Io non sono tra chi ritiene che con un paese come la Libia non si debbano sottoscrivere accordi - al contrario. Non contesto l'opportunità politica del trattato - al contrario. Credo però che il governo lo abbia chiuso molto male, che contenga elementi a dir poco discutibili (argomenti che sono stati ampiamente illustrati da uno come Martino...). Purtroppo, il testo di un trattato non è emendabile. Per questo, a titolo personale, mi asterrò.

3. Il discorso di Obama è stato perfetto. Quella lista di "vecchi valori" è una meraviglia: "lavoro duro e onestà, coraggio e correttezza, tolleranza e curiosità, lealtà e patriottismo" - saranno "vecchi" per l'America, ma quanto sono "nuovi" per noi e per il mondo che la stessa America ci ha abituati a vivere...!  E poi la responsabilità ("Dio ci ha chiamato a forgiare un destino incerto. Questo è il significato della nostra libertà"), ed il richiamo allo spirito della Costituzione che è chiamato a servire ("tutti siamo uguali, tutti siamo liberi e tutti meritiamo una possibilità di perseguire la felicità in tutta la sua pienezza"). L'apertura al mondo, l'annuncio della svolta in politica estera legato alla consapevolezza che se è la valorizzazione del "patchwork" che la compone a rendere grande l'America, allo stesso modo è la convivenza e la collaborazione tra diversi a poter far sopravvivere il nostro pianeta. E' la rivoluzione culturale rispetto all'era Bush, senza sconti e senza rancore - semplicemente, oggi entriamo nel futuro ("abbiamo scelto la speranza rispetto alla paura, l'unità degli intenti rispetto al conflitto e alla discordia"). Benvenuti nel nuovo mondo. Ora al lavoro.  

 
Diario americano

UNA GIORNATA PARTICOLARE

20 gennaio 2009 permalink 2commenti
Oggi sarà una giornata speciale, di quelle che negli anni si ricordano, e restano nella memoria come fotografie. Sarà la giornata dell'inizio del cambiamento, se cambiamento sarà. Sarà un pezzo di storia, non solo americana. La realizzazione di un sogno, o almeno la dimostrazione che sognare è lecito, e talvolta porta a realizzare ciò cui si aspira, collettivamente.

Ecco, sarà tutto questo e tanto di più. Sarà l'emozione, e la festa, e la preoccupazione per i mesi e gli anni che verranno, e che nessuno si aspetta siano facili e dorati come per magia. Sarà pensare e programmare lavoro duro, saranno false partenze, delusioni e riprese di slancio. Saranno scelte giuste e scelte sbagliate.

Sarà tutto questo e tanto di più. Sarà la città paralizzata, il gelo e l'attesa, il caos e la festa, l'emozione e forse anche un po' la paura. Saranno decine e centinaia di incontri, feste, cene, occasioni per incontrare vecchi amici e nuove persone.

Sarà tutto questo e tanto di più. Ed io per settimane ho pensato se era il caso di andare, provare ad avere un biglietto per il giuramento - ed alla fine ho deciso che no, molto più saggio aspettare e programmare un viaggio a Washington quando la polvere si sarà depositata, quando tutti i pezzi saranno al loro posto ed avrà un senso ritessere relazioni, ritracciare la geografia di chi fa cosa dove, molto più utile aspettare piuttosto che farsi ammaliare dall'emozione di un momento.

E quindi oggi 12 ore piene di lavori parlamentari, una delle giornate più piene per me: commissione alle 10 per presentare gli emendamenti al decreto di rifinanziamento delle missioni internazionali, riunione di gruppo di commissione, di nuovo commissione per il voto, un paio di appuntamenti nella pausa pranzo, alle 2 in aula per votazioni, alle 5 dai Democrats Usa in Italia per vedere insieme il giuramento, di corsa di nuovo in aula per intervenire (presumo a tarda sera) sulle missioni internazionali (che ovviamente il Parlamento italiano discute uno dei pochissimi atti rilevanti di politica estera in contemporanea con l'insediamento del nuovo Presidente americano - fosse mai che smentiamo il nostro proverbiale provincialismo!). E, alla fine dell'aula, incontro del gruppo su stalking e Gaza (...insieme...?!)

Ed io passerò queste 12 ore frenetiche e un tantino massacranti col pensiero fisso all'sms che ho ricevuto venerdì sera da un mio amico di Washington, che mi diceva che, se volevo, aveva un biglietto del giuramento per me...

Sì, giornata davvero particolare: una grande gioia, ed una sofferenza indicibile...
Diario americano

NY - DAY 3

12 dicembre 2008 permalink 2commenti

E questa e' la mia ultima pagina di diario newyorkese, pubblicata su Europa di oggi:

Rahm Emanuel, Capo di Gabinetto del presidente eletto Obama, e’ famoso per aver pronunciato una frase che di questi tempi suona impegnativa: “Never waste a crisis”, ovvero “mai sprecare una crisi”. Probabilmente la maggior parte degli americani middle class cui si e’ rivolto Obama per essere eletto troverebbero l’espressione cinica, e preferirebbero di gran lunga non avere proprio nulla da sprecare. Ma tra gli ambienti newyorkesi della finanza e tra chi ragiona su come uscire politicamente vivi dalla crisi, l’espressione e’ ricorrente. Qui, all’ultima giornata dei lavori del Consiglio Italia – Usa, il tema in discussione e’ esattamente questo: come uscirne, quali sono le trappole da schivare, quali le occasioni da cogliere.

La prima impressione e’ che qui negli Stati Uniti di certo la portata della crisi sia piu’ ampia e piu’ evidente, e che la reazione del mondo politico – istituzionale e dell’opinione pubblica sia adeguata, proporzionata. Non si sentono inviti all’ottimismo ma autocritiche da parte di chi ha avuto responsabilita’ di gestione finanziaria o di politica economica; non si sminuisce la drammaticita’ di cio’ che i cittadini dovranno fronteggiare, ma al contrario li si prepara ad affrontare tempi duri e per un periodo che non sara’ breve. Persino l’ espressione del viso di chi ha responsabilita’ pubbliche sono cambiate – si sorride ben poco, se non altro in segno di rispetto per quelle famiglie che hanno ben poco di cui sorridere. Gli addobbi natalizi sono sottotono, ridimensionati, non si invita al consumo – anche perche’ si sa che di soldi da spendere pochi ne hanno, e si ha il buon gusto di non insultare o prendere in giro tutti gli altri.

Vero e’ che questo paese ha una propensione al risparmio ben al di sotto della nostra, vero che la portata della crisi qui e’ indubbiamente piu’ ampia e forte, vero che i nostri sistemi bancari hanno livelli di solidita’ (si sarebbe detto di sviluppo, fino a poco tempo fa) molto distanti - ma fa comunque un certo effetto misurare la distanza simbolica e sostanziale del discorso pubblico sulla crisi in Italia e negli Stati Uniti.

Qui il piano anti-crisi ha mobilitato per ora risorse superiori al 3,5% del Pil (ed e’ solo l’inizio), da noi raggiungono a stento lo 0,5% mentre la media UE e’ dell’1,5%. Qui la strada indicata pare correre sui due binari dell’attenzione alla vastissima classe media (per salvarla dal tracollo ma anche per rilanciare i consumi su basi piu’ solide di quelle del ricorso al credito), e l’avvio della rivoluzione verde.

E’ quello che Emanuel intende per “non sprecare una crisi”: usarla per avviare riforme strutturali necessarie al paese ed al suo futuro. Allora si pensa alle infrastrutture materiali ed immateriali; al consolidamento delle condizioni economiche della fascia piu’ consistente della popolazione, finora vissuta in bilico tra un apparente benessere ed il rischio continuo e concreto del perdere tutto da un giorno all’altro; alla creazione di una “safety net”, una rete di protezione sociale oggi assolutamente inadeguata; all’investimento nella formazione e nell’istruzione.

Se ci si ferma un attimo a pensarci, sembra l’esatto opposto di quello che si sta facendo in Italia, dove le risorse mobilitate sono poche, concentrate in misure una tantum e non strutturali, e rivolte principalmente alle fasce piu’ deboli, povere, della societa’, piuttosto che a quella fetta – ampia anche da noi – di classe media sulle spalle della quale sta l’unica possibilita’ reale di rilancio dei consumi, e quindi della produzione e dell’economia (a pensar male, viene il dubbio che questa improvvisa attenzione ai “poveri” sia solo un tentativo in extremis di evitare tensioni di carattere sociale che renderebbero piu’ difficile la vita al governo ed alle imprese…)

In breve, sembra che gli Stati Uniti stiano tentando di uscire dalla crisi andando avanti, guardando lontano, e sfuggendo ai pensieri corti che portano forse sollievo e consenso immediato ma lasciano fermo un paese e la societa’ che lo anima. E forse qui, nei primi orientamenti dell’Amministrazione Obama, c’e’ anche il tentativo di rispondere a quel sentimento diffuso di insicurezza sociale ed economica che trova oggi conferma ai propri peggiori incubi – il precariato di lavoro e di vita, l’assenza di diritti basilari, la scarsa sindacalizzazione, la lotta di tutti contro tutti – e che indica nella globalizzazione l’origine di tutti i mali. Non si puo’ ancora dire se Obama uscira’ dalla crisi con dosi maggiori o minori di protezionismo. Esistono nell’ambito della sua squadra di governo elementi che spingono in direzioni contrarie, ed e’ probabile che si aspetteranno tempi migliori per rendere esplicito un orientamento. Quel che e’ gia’ chiaro pero’ e’ che come si e’ saputo abilmente evitare il rischio isolazionista davanti al disastro della politica estera di Bush, cosi’ – e coerentemente – si potrebbe avere la forza e l’autorita’ anche internazionale per ridare impulso ad una dinamica di trattative sul libero commercio che – indipendentemente dalla crisi attuale – si e’ arenata da tempo, e si trova oggi ad essere una bicicletta ferma (che, si sa, se non va avanti cade).

Certo, l’Italia non potrebbe che trarne vantaggio: da paese esportatore, ogni misura protezionista (altrui, ma anche nostra perche’ in quest’ambito la reciprocita’ e’ un principio cardine ed un boomerang pericolosissimo) ci danneggia non poco. Ed e’ un sollievo (limitato, ma di questi tempi bisogna accontentarsi) constatare che oggi - di fronte ad una crisi economica che forse ci colpira’ meno di quanto non stia gia’ facendo con gli Stati Uniti, ma di certo non ci risparmiera’ – in Italia siano spariti gli euroscettici, ed anche chi invocava dazi e misure di protezione dei nostri mercati si sia fatto piu’ timido.

chi sono
Sono nata a Roma il 16 giugno del 1973 da papà toscano (Anghiari, Arezzo) e mamma veneta (Vittorio Veneto, Treviso).
contatti mail: mogherini_f@camera.it
tel: 06.67605348
Fax: 06.67605726
Indirizzo: Camera dei Deputati, Piazza S. Claudio 166 - 00186 Roma


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