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Diario americano

LA RINCORSA DI OBAMA

7 novembre 2011 permalink 0commenti
Tra un anno esatto domani l’America andrà al voto per eleggere il suo presidente. Un anno è lungo, ed oggi le incognite sono più delle certezze, ma alcune chiavi di lettura emergono già chiaramente.
Innanzitutto, c’è la frammentazione e la debolezza del campo repubblicano. L’onda di popolarità dei Tea Party si è rivelata tanto potente quanto breve: ha dato alla destra americana la possibilità di riprendersi dalla sconfitta, vincere le elezioni di midterm, portare al Congresso un gran numero di politici tanto “nuovi” e radicali quanto inesperti del funzionamento della macchina legislativa, ed ora lascia dietro di sé una scia di insoddisfazione difficile da colmare e da ignorare.
Dopo la scelta di Sarah Palin di non candidarsi alle primarie repubblicane, ogni tentativo di dar corpo e voce alla destra estrema all’interno della competizione per la Casa Bianca è parsa priva di solide basi e di reali prospettive.
A meno che la Palin non scelga, lungo il percorso di questa lunga campagna, di fare la sua corsa solitaria contro tutti – e soprattutto contro il candidato repubblicano se dovesse essere “centrista” –, gli umori populisti dei Tea Party sono destinati a restare relegati nell’ambito della protesta. Una protesta che potrebbe danneggiare lo stesso candidato repubblicano, soprattutto se uomo di establishment o percepito come tale. È un rischio che corre Mitt Romney, il più probabile candidato repubblicano, ex governatore del Massachusetts, imprenditore, mormone (ma comunque religioso), certamente insidioso per i democratici.
Solido, ottimo oratore, carismatico e di bell’aspetto (conta anche questo, in America e non solo), il suo tallone d’Achille oltre alla religione è sempre stata l’accusa di essere una bandiera al vento, pronto a cambiare idea e posizione a seconda del momento, della convenienza.
Ma oggi che il livello di fiducia nelle istituzioni e nella politica è crollato drammaticamente anche da questa parte dell’Atlantico, l’opinione pubblica americana ha smesso di considerare la coerenza un valore assoluto, e inizia a ritenere fisiologico un certo grado di opportunismo.
Tanto vale quindi, tra gli opportunisti, scegliere il migliore, quello che ha più chance di vittoria perché piace a molti, anche al centro, agli indecisi, a chi di solito non vota – e qui è il segmento più rilevante dell’elettorato. Ma proprio questo suo piacere agli “indipendenti” può non piacere a chi si è mosso in questi anni fuori dal partito, a destra, nei Tea Party. Ci sono poi le divisioni aspre che queste primarie stanno portando in campo repubblicano, a partire dal caso Cain.
L’accusa di molestie sessuali degli anni Novanta, poi risolte con un accordo ed un risarcimento economico, che lui inizialmente nega, poi spiega, poi ritratta, lo inchioda all’immagine del candidato unfit, “non adeguato”, perché qui non devi mai mentire, perché una bugia rivelatasi tale fa più male di qualsiasi atroce verità. E quando Cain tenta di usare la vicenda a proprio favore, trasformandosi in vittima della stampa liberal, obiettivo di un complotto dell’establishment di Washington, ed accusa Perry di essere dietro allo scandalo sollevato contro di lui, fa anche peggio.
Banali lotte fratricide, che si alimentano di “antipolitica” e a loro volta la alimentano, a dimostrazione del fatto che la competizione interna non sempre è salutare.
Di fronte ad un campo repubblicano indebolito e frammentato, confuso ed arrabbiato, e che ha mostrato nei primi dibattiti una drammatica inconsistenza sul piano dei contenuti e delle proposte, c’è un presidente in carica costretto alla ricandidatura nel momento più difficile per la sua popolarità.
Inutile negarlo, Obama ha perso molta della sua forza in questi tre anni di crisi economica. La sua corsa alla Casa Bianca era stato un volo, un sogno spinto dalla speranza e dalla voglia di cambiamento. Poi l’America si è svegliata con un tasso di disoccupazione al 9 per cento – cifre inaudite, qui. Difficile pensare che ne porti addosso tutta la responsabilità, ovvio.
Molto ha fatto, e bene. La riforma del sistema sanitario. Le prime misure di stimolo all’economia. Il tentativo di una regolamentazione dei mercati finanziari. E poi la politica estera: mai un presidente democratico ha avuto tanta credibilità sul fronte della sicurezza nazionale (tema tradizionalmente di destra qui come in Europa), mai il consenso sul ruolo degli Usa nel mondo è stato tanto alto in anni recenti – dalle scelte sul disarmo nucleare al ritiro dall’Iraq, passando per un nuovo dialogo con il mondo arabo e con le potenze emergenti, anche se resta il nodo dell’Afghanistan, drammaticamente insoluto ma anche sempre meno importante agli occhi di un’opinione pubblica concentrata sull’economia.
L’economia, appunto. È qui che il volto di Obama si fa più teso, i capelli grigi. È qui che forse ha fatto il suo errore più grande – il braccio di ferro con un Congresso a maggioranza repubblicana che è diventata un’ammissione di debolezza, una cessione di ruolo difficilmente recuperabile. Durante l’estate, il presidente cerca il dialogo bipartisan sull’abbassamento del debito.
I repubblicani lasciano il tavolo, la loro strategia punta da sempre ad una paralisi istituzionale che scarichi sulla Casa Bianca la responsabilità delle misure non prese, dello stallo. Obama insegue, propone, alla fine insedia una “supercommissione” bipartisan incaricata di preparare un piano di tagli al bilancio molto pesanti, e consensuali, da sottoporre all’approvazione del Congresso il prossimo 23 novembre – altrimenti scatteranno tagli automatici ancora più pesanti, soprattutto per il settore della difesa, il cavallo di battaglia dei repubblicani.
Ora, è probabile che la supercommissione non arrivi ad un accordo, o che trovi un parziale compromesso per evitare che la scure si abbatta sul bilancio della difesa. Mai i repubblicani concederanno l’introduzione di nuove tasse in un anno elettorale, mai i democratici faranno passi indietro sull’istruzione o sul sistema sanitario.
Ma intanto, il tema sono i tagli, la riduzione del debito, e non gli stimoli per lo sviluppo, la crescita, i posti di lavoro. L’agenda è repubblicana, qualunque sia l’esito del braccio di ferro.
E poi, un presidente eletto sull’idea di unire un paese troppo diviso si sta confrontando da mesi con uno scontro frontale, in quella stessa Washington che dichiarava di voler cambiare, pacificare. Il tentativo di cambiare l’agenda è però in atto: il piano per il lavoro, pur se difficilmente andrà in porto al Congresso, sposta l’attenzione dalla riduzione del debito a quei temi sociali oggi cari alla gran parte dell’opinione pubblica americana, ed il movimento “Occupy Wall Street” contribuisce a cambiare le priorità, soffiando di nuovo su quel vento di cambiamento su cui Obama è oggi di certo meno credibile di ieri, ma in ogni caso ancora più di qualsiasi candidato repubblicano. La strada è ancora lunga, ed in salita per tutti.
L’entusiasmo di qualche anno fa è sparito, sia in campo democratico che in quello repubblicano. Difficile pensare agli alti livelli di partecipazione al voto del 2008, quando la vera vittoria di Obama era stata portare alle urne chi non aveva mai votato prima. È come se la gente oggi non ci credesse più. E forse è questo il prezzo più alto della crisi economica. Da una parte e dall’altra dell’Atlantico.

Articolo pubblicato su Europa sabato 5 novembre 2011

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Diario americano

OBAMA AL NIAF: SEGNALE DI AMICIZIA PER ITALIA, NONOSTANTE INADEGUATEZZA DEL NOSTRO GOVERNO

30 ottobre 2011 permalink 0commenti

“Con la sua presenza all'incontro annuale della National Italian American Foundation, ieri a Washington, il Presidente Obama ha voluto mandare un chiaro segnale di amicizia e vicinanza a tutti gli italiani, celebrando insieme alla Speaker democratica del Congresso Nancy Pelosi i 150 anni dell'unita d'Italia”. E’ quanto afferma Federica Mogherini, parlamentare e responsabile globalizzazione del Pd, da Washington, dove ha partecipato al gala annuale del NIAF.
"E' stato un momento emozionante ed importante, non solo per i tanti italoamericani che contribuiscono a fare grandi gli Stati Uniti, ma anche per tutti quegli italiani che lavorano e
vivono qui, e che sono troppo spesso costretti, in questi ultimi mesi, a dover rispondere ad ironie e critiche che nascono dall'irresponsabilità e dall'inadeguatezza di chi è al governo del nostro meraviglioso paese, che merita di essere rappresentato ben più degnamente”.


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Diario americano

OBAMA & IL FUTURO DELL'AMERICA SU YOUDEM

3 ottobre 2011 permalink 0commenti



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Per la pace

QUELLO CHE PENSO DELLA MORTE DI BIN LADEN, OGGI SU EUROPA

3 maggio 2011 permalink 2commenti

La festa americana

Mentre Obama raccontava al suo popolo ed al resto del mondo la fine del “simbolo del male”, per le strade delle metropoli della civilissima East Coast (non nel profondo sud o nel Midwest conservatore) ragazzi giovanissimi esultavano. Un cartello diceva “Obama 1 – Osama 0”, come fosse una partita di calcio. Caroselli di macchine, bandiere, cori, la gioia di fronte alla morte di un uomo. Del peggiore degli uomini. Ma non riesco a smettere di pensare, con tutto il bene che voglio all’America e con tutto quello che di buono ho sempre pensato del suo attuale presidente, che qui c’è qualcosa di molto più complicato. Qualcosa di non riconducibile al risultato da partita di calcio.

Per diverse ragioni. Primo. Non c’è bisogno di essere cattolici per provare disagio nel vedere l’esultanza per la morte di un uomo. Credo che la vita di una persona, anche della peggiore delle persone, abbia un valore. È il motivo per cui sono contraria alla pena di morte, e continuo ad esserlo anche di fronte a criminali di guerra, a chi commette stragi o ne comanda l’esecuzione, a chi uccide bambini, e a Bin Laden.

Gioire per la morte, per l’uccisione di un uomo, è una cosa al di fuori della mia comprensione. Che possano farlo dei ragazzi giovanissimi, tra cui molti democratici, ci dice molto su quanto hanno scavato nell’animo dell’America questi dieci anni di “lotta del bene contro il male” che ci distanziano da quel terribile 11 settembre.

La giustizia si avvicina alla vendetta. Il risultato è quello di una partita di calcio, di un videogioco. 1–0, palla al centro.

Secondo. Il vero colpo ad al Qaeda non è questo. È quello che è venuto in questi mesi dalle piazze del mondo arabo, da quei giovanissimi che nel contestare le dittature sotto le quali sono nati e cresciuti non ne hanno evidenziato l’amicizia con l’occidente, ma hanno piuttosto sfidato l’occidente e l’America per prima, sul terreno della coerenza delle sue promesse di democrazia e libertà. Il vero colpo ad al Qaeda Obama l’ha inferto non con l’uccisione di Bin Laden, ma con il discorso del Cairo del 2009 – e col fatto che, essendo pronunciato da un presidente americano di nome Barack Hussein Obama, le sue parole sono state prese sul serio.

Infatti, da quelle piazze al Qaeda è stata totalmente assente: la domanda è di democrazia e libertà, la risposta non sta nel fondamentalismo islamico, nella religione usata strumentalmente per fini politici. Terzo. Si può leggere l’esultanza americana come una sorta di sentimento di liberazione. Non la gioia per la morte di un uomo, ma per la fine di un incubo e del suo simbolo. Attenzione. A volte la fine dei simboli consente il perpetuarsi degli incubi. Credo che il ruolo di bin Laden in al Qaeda fosse poco più che simbolico, per non parlare della ormai relativa marginalità dei legami tra al Qaeda e quei talebani che, se tornassero al potere in Afghanistan, farebbero strage di afghani e non solo. Se la fine del simbolo bin Laden fosse usata come premessa, in Afghanistan, per quel “missione compiuta” che ogni presidente americano ha voglia e bisogno di dire, e del conseguente frettoloso seppur preannunciato disimpegno, temo ci ritroveremmo presto in un mare di guai.

Se è vero che l’intervento in Afghanistan è iniziato per al Qaeda, oggi Afghanistan e al Qaeda non sono sovrapponibili: c’è un lavoro da fare in Afghanistan (innanzitutto per proteggere le donne afghane e tutti coloro che in questi anni hanno creduto in un tentativo di democrazia), e c’è un lavoro non più così prioritario da fare contro al Qaeda (non più prevalentemente in Afghanistan, come la localizzazione del nascondiglio di bin Laden ci ricorda).

Quarto. Al contrario, forse l’uccisione del simbolo servirà a completare il cambio di registro, nella politica estera americana. Oggi i timori di ripercussioni immediate sono troppo forti per potersi permettere altro che non sia un «la lotta al terrorismo continua ». Ma forse col passare delle settimane l’assenza del “simbolo del male” consentirà all’America di superare del tutto la retorica e la politica del “bene contro il male”.

Un primo fondamentale passo lo ha già fatto Obama con la distinzione netta tra Islam e al Qaeda, al Cairo nel 2009 ed ancora ieri notte («l’uccisione di bin Laden non è un colpo contro l’Islam, perché i capi di al Qaeda non sono leader musulmani»). Per archiviare definitivamente lo scontro di civiltà, una volta tramontato l’angelo Bush, forse era necessario tramontasse anche il diavolo Bin Laden.

Se ci sarà da festeggiare, quindi, lo si potrà capire solo tra qualche mese. E non sarà per la morte di un uomo, ma per la fine di una politica. Dipenderà da cosa Obama, al netto della campagna per la rielezione, deciderà di fare di questo 1–0. Continuare a far credere che si sta giocando una partita, o dichiarare che dopo dieci anni è, finalmente, finita.

Diario parlamentare

IN ATTESA DEL CAMPIONATO

16 settembre 2010 permalink 2commenti
1. Ieri la Camera ha ripreso i lavori d'aula. Una ratifica e due mozioni (entrambe di iniziativa dell'opposizione), e le risposte del governo al question time. Stop. Tutto tace, in attesa di un primo anche parziale bilancio della campagna acquisti in corso. Ovvio: prima si comprano i giocatori, solo dopo inizia il campionato. Quindi ora ci stiamo giusto scaldando un po' con qualche amichevole. Non so quanto tempo terranno in questo stato il Parlamento. Ma avrei tanto tanto voluto vedere con che faccia un qualsiasi rappresentante del governo si sarebbe presentato al Quirinale per lamentarsi del cattivo funzionamento della Camera dei Deputati (presumo con la solita, di faccia).

2. In questo vuoto da attesa, ieri abbiamo fatto tre cose che non sono (sarebbero?) irrilevanti: innanzitutto, una mozione che impegna il governo ad un lavoro serio e conseguente sugli Obiettivi del Millennio delle Nazioni Unite (quelli relativi alla lotta alla povertà). Si apre a New York la prossima settimana il vertice ONU di valutazione sul raggiungimento degli Obiettivi del Millennio, e l'Italia ci arriva con una credibilità pari a zero: tante promesse, tanti annunci solenni, e nessuna risorsa per mantenere quelle promesse e dar seguito a quegli annunci. Come se la cosa non ci riguardasse, come se la lotta alla povertà non fosse non solo un nostro dovere morale, ma anche un nostro specifico interesse nazionale - per contrastare la crescente instabilità di tante aree del mondo, i viaggi della disperazione di chi non ha nulla e va verso il nulla, i conflitti armati e quelli ideologici. Si continua a pensare che sia beneficienza, che si fa quando ce la si può permettere - mentre rischiamo di non potercela permettere proprio perchè non abbiamo ridotto le disparità che ammalano questo nostro mondo.

3. L'altra mozione che abbiamo votato ieri prova a rimediare al fatto che, a partire dal 2011, cesserà di essere operativa l'Assemblea Parlamentare dell'Unione Europea Occidentale, l'unico luogo dove i parlamentari dei paesi dell'UE, dei paesi candidati ad entrarvi, di quelli Nato non membri dell'UE ed alcuni rilevanti osservatori come la Russia, discutono di questioni relative alla sicurezza e alla difesa comuni. Al suo posto, la mozione impegna il governo a proporre l'istituzione di una conferenza interparlamentare molto più snella che si riunisca due volte all'anno a Bruxelles e svolga quella funzione di coordinamento delle politiche di sicurezza e difesa che ad oggi manca, provando a creare una connessione - se non una coerenza - tra il lavoro dei singoli Parlamenti nazionali tra loro e con quello del Parlamento Europeo. 

4. Per chiudere la giornata di "attesa del campionato", abbiamo chiesto conto al governo dell'aggressione libica al peschereccio Ariete - fatta, tanto per aggiungere al danno la beffa, da una motovedetta donata dall'Italia. Nè il Ministro dell'Interno nè quello degli Esteri hanno ritenuto che la cosa li riguardasse, ed hanno spedito Elio Vito, che avendo la delega ai rapporti col Parlamento fa il supplente su tutto, dalla coltivazione delle barbabietole ai trattati internazionali. Vito ha detto che "nessun accordo nè alcuna regola d'ingaggio consente interventi con arma da fuoco verso imbarcazioni pacifiche". E vorrei vedere... Ma temo che questo episodio sveli solo la punta dell'iceberg. 

5. Sempre ieri, nel pomeriggio, sono stata alla presentazione dei Transatlantic trends, una ricerca interessante che ogni anno misura le percezioni che l'Europa ha degli Stati Uniti e viceversa. Quest'anno i dati mostrano un disorientamento generale che forse può confortare noi italiani (che siamo campioni nel genere), ma che in realtà illumina in modo spietato il declino di un'Europa che non crede più in se stessa e fatica a trovare coerenza nelle idee e nelle cose. Tre dati per tutti: la popolarità di Obama che non conosce crisi in Europa (avrà delle difficoltà, ma esce vittorioso da qualsiasi confronto con i governi nostrani); la fiducia nella capacità di leadership europea che è più alta negli Usa che in UE; la Turchia, sempre più lontana dal desiderio di Europa e sempre più attratta dal Medio Oriente (che pure non è che sia questo paradiso...).

6. Infine, una nota a margine (ma mica tanto). Mia figlia ha iniziato la prima elementare. Non poteva capitarci un anno migliore, no?! Al momento, delle tre maestre che dovrebbe avere (il condizionale è d'obbligo, perchè non si capisce niente), due ci sono, una no - nè si fanno previsioni sull'immediato futuro. Ieri le prime 4 ore le hanno coperte, a turno, due maestre di altre classi, per evitare di smembrare la classe al terzo giorno di prima elementare (che già sono parecchio disorientati, sia i bambini che, devo ammetterlo, noi genitori). Ma in fin dei conti direi che ci è andata bene. Una su tre è sempre meglio di tre su tre, e tra il materiale da portare da casa c'era sì lo scottex, la carta per scrivere ed il sapone, ma non le sedie nè la carta igienica...
Per la pace

OBAMA POST-ATOMICO

7 aprile 2010 permalink 0commenti
Diario americano

OBAMA E DALAI LAMA

22 febbraio 2010 permalink 1commenti

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Democratica

RAPPORTI TRANSATLANTICI, EMPOLI, AOSTA E UN PO' DI VENETO

9 settembre 2009 permalink 4commenti
Oggi interessante presentazione dei Transatlantic Trends: i rapporti transatlantici all'alba dell'era Obama, l'Afghanistan, l'Iran, la Turchia e la Russia, i cambiamenti climatici e l'economia. Consiglio la lettura.

Domani alle 15, a Roma, iniziativa di donne a sostegno della candidatura di Dario. Poi, alle 21 ad Empoli per un confronto tra mozioni con Domenici e Meta.

Venerdì in Val d'Aosta, alla Festa democratica di Aosta (quartiere Cogne - Via Vuillerminaz), per un dibattito sull'opposizione alle 18 ed una chiacchierata su Obama la sera.

Domenica alle 10 a Montagnana, Padova, per un confronto tra mozioni con Zanonato e Marta Meo.

Buona fine della settimana...
Diario americano

IMPRESSIONI AMERICANE

7 settembre 2009 permalink 0commenti
Sono stata qualche giorno in America, a Chicago. L’ultima volta che ero andata era dicembre, Obama non si era ancora insediato e la crisi era il tema che si iniziava ad imporre nelle vite delle persone e nell’agenda politica. Erano le due novità, seppure di segno molto diverso – ed in qualche modo c’era la speranza che una contribuisse ad allontanare l’altra.

Andando nella città del Presidente, mi aspettavo di trovare almeno in parte quell’entusiasmo e quella retorica obamiana che nei mesi ed anni scorsi erano stati ineludibili della politica e della comunicazione americana. Invece, no. Niente gadget. Difficile persino identificare la sua casa, in un quartiere che non ha altre attrazioni “turistiche” e che sarebbe stato logico aspettarsi avrebbe fatto della casa presidenziale un richiamo, una fonte di curiosità, o se non altro di banale guadagno – le foto, i souvenir, tutto ciò che è stupido ed inutile ma illude ogni singolo visitatore di avere in tasca un piccolo ricordo della storia. E invece niente. Giusto una macchina della polizia a sbarrare la strada, proprio come davanti alla sinagoga lì accanto.

E’ come se la febbre fosse passata, e l’entusiasmo avesse lasciato il posto ad un cauto, più razionale e decisamente più contenuto ottimismo. Tra la crisi ed Obama, ho avuto l’impressione che gli americani scommetterebbero ancora su Obama – che sia lui a riuscire a gestirla, piuttosto che lei ad affossarlo – ma vedono forse oggi meglio tutte le difficoltà, le salite, anche i possibili errori o le battute d’arresto che il Presidente potrà incontrare. Non è più un mito, ma un uomo. Ed ha di fronte a se non più una "novità", ma una crisi economica che ha ormai prodotto i suoi frutti - disoccupazione a livelli da record, case in svendita ovunque, per la prima volta emigrazione dalle zone più ricche in cerca di condizioni di vita più economiche... Il rischio è che il sogno americano non solo si fermi, ma faccia marcia indietro. La paura che torna a sommergere la speranza.

La vera differenza, l’ho percepita rispetto agli afroamericani. Forse perché Chicago è la città degli Obama – di Michelle prima di tutto. Forse perché è un luogo di integrazione da ormai diversi anni. O forse la differenza stava nei miei occhi, nel mio sguardo, e in quello di tanti altri bianchi anglosassoni. L’impressione di un nuovo orgoglio nero, di un nuovo e più fiero senso di cittadinanza, di appartenenza, di essere “veri americani” e non “una minoranza”. Certo, questo nel centro di Chicago, nei quartieri ricchi della Gold Coast e in quelli residenziali attorno all’Università, perfettamente integrati e un po’ radical chic. Non è certo la stessa cosa se si fa un giro nei quartieri solo neri del sud di Chicago, dove il colore della pelle è anche condizione economica, e sociale, disagiata, marginalità. Ma forse è un inizio contagioso, quello sguardo sicuro e bello negli occhi degli afroamericani che, proprio come il Presidente, ce l’hanno fatta.

Come sempre quando vado in America, ovunque in America, ci sono le grandi e le piccole stupide cose che invidio, che vorrei anche qui – o che mi portano a pensare che vivrei bene lì. E, insieme, quelle che detesto, che non vorrei vedere, che fanno male.

Le piccole stupide cose. Gli autobus non inquinanti che “si inchinano” per far salire e scendere le persone anziane, un sistema molto banale e molto efficace per far pagare a tutti il biglietto, ed un altrettanto semplice meccanismo per trasportare le biciclette. Il cibo di tutte le parti del mondo. I supermercati enormi dove di ogni cosa puoi trovarne 10 tipi diversi. La gente che per strada ti chiede se hai bisogno di indicazioni. La musica (questa forse è una grande cosa). I musei aperti gratis almeno una volta a settimana. I supermercati aperti 24 ore su 24 e 7 giorni su 7. I pic nic (e l’attrezzatura per i pic nic) nei parchi, la voglia di vivere gli spazi pubblici. Gli spazi aperti, anche nelle grandi città, la grandezza di tutto – i grattacieli, il lago.

Le grandi cose. Il senso di eguaglianza fondato sul lavoro duro e la responsabilità individuale. Il rispetto delle regole. L’apertura al cambiamento. Quello spirito rivolto al futuro che ha reso possibile che Obama diventasse Presidente. A volte in Italia ci si chiede se avremo mai un Obama. Ma non ce ne faremo mai niente di un Obama, finchè non ci sarà una società in grado di “riconoscerlo” e sostenerlo. Un piccolo esempio: di domenica, sono andata a sentire la messa nella chiesa presbiteriana del centro. Il sermone aveva come tema il cambiamento: le regole (anche quelle religiose) sono immutabili o possono cambiare? Dio non si aspetta forse dall’uomo, che ama così tanto, qualcosa di più che semplice e passiva obbedienza – ovvero che eserciti fino in fondo la sua responsabilità, compiendo scelte individuali e giuste nelle situazioni che la vita gli pone davanti? E le situazioni della vita non cambiano sempre, non rendono ogni scelta una scelta nuova, quindi aperta al cambiamento, e le regole fissate in passato non sono sempre un po' inadeguate di fronte alle scelte nuove? La conclusione era un convinto sostegno al riconoscimento delle unioni omosessuali. Ecco, questa è l’America.

O dovrei dire anche questa, è l’America. Perché poi ci sono quelle piccole e grandi cose che te la fanno odiare. Il negozio di bambole dove ogni bambina crea il suo clone, si vestono uguali, lo porta dal parrucchiere (vero, pagandolo con soldi veri), ed in ospedale (anche questo “vero”, per cui presumo ci voglia un’assicurazione vera). Le feste di compleanno per cani nei ristoranti di lusso, in cui servono bistecche a forma di osso per i festeggiati in cappottino di pelliccia, e palloncini a forma di cane. Cenare in un qualsiasi family restaurant e vedere che il tizio seduto nel tavolo accanto al tuo ha una pistola infilata nella cintura. E le mamme sole che trascinano i propri piccoli sempre addormentati da un autobus all’altro, da una metro all’altra, per farli stare seduti in un posto caldo e riparato – gli leggi la disperazione negli occhi.

Ma poi torni in Italia. E provi a riprendere faticosamente il filo di quello che succede in questo nostro strano paese, dove tutti vorrebbero cambiare tutto e tutto resta sempre uguale…

Diario

FEDERALISMO FISCALE, ASCOLTO, COERENZA (E UN PO' DI POLITICA ESTERA)

24 marzo 2009 permalink 12commenti
1. In aula a votare il federalismo fiscale. Un provvedimento che abbiamo migliorato tantissimo qui alla Camera. Abbiamo deciso il voto di astensione, che per una volta (e speriamo sia la prima di una lunga serie) non e’ la media aritmetica di alcuni si e alcuni no, ma una valutazione di merito di fronte ad un testo molto migliorato rispetto all’inizio, ma che prevede una delega ad un governo di cui non ci fidiamo, e l’indeterminatezza di alcuni elementi non marginali (come la carta delle autonomie). So che sara’ un po’ piu’ difficile da spiegare, ma credo che sia giusto che il voto su una materia cosi’ seria e cruciale sia orientato dal merito delle cose e non dall’opportunita’ politica o comunicativa. (Posto che se tutti noi ci sforzeremo di comunicarlo per quello che e’, faremo un servizio utile al PD ed al paese).

Certo che la Lega potra’ esultare ben poco… il cosiddetto “piano casa” (che case a chi non ne ha non ne da’, quindi e’ piuttosto un “piano mansarda”, o piu’ seriamente un decreto per l’edilizia) cancella in due righe tutte le competenze delle regioni e dei comuni. Bel federalismo, davvero.

2. In questi giorni abbiamo fatto diverse cose buone ed utili. Sabato, un’assemblea dei circoli che ha reso giustizia alla qualita’, alla passione, alla vivacita’ del popolo democratico. Io sono convinta che quella sia non solo la nostra forza e la nostra ricchezza, ma che costituisca l’identita’, l’essenza del nostro partito: il PD e’ quello, quelle persone, quelle facce, quelle voci. Con il loro essere non solo “in contatto” con la realta’, ma dentro la vita vera del nostro paese, degli italiani. Noi siamo cosi’, siamo quelli li’: persone normali, vive, vere, semplici ed appassionate, che credono che l’Italia vada cambiata, che il PD sia lo strumento per farlo, e che fanno delle loro idee, del loro tempo, della loro faccia e della loro voce gli strumenti per portarlo all’altezza del compito – enorme – che si e’ dato. E’ stata una bella giornata, in cui ci siamo ascoltati e riconosciuti. Li’ c’erano certamente idee e storie e modi di fare, parlare e vedere le cose diversi tra loro, ma il sentimento di far parte di un progetto comune, piu’ alto e piu’ grande delle identita’ (individuali) di ognuno, era tanto evidente da essere quasi visibile, con quel “noi, il PD” che non aveva nulla di retorico e quella pedana circolare che annullava la distanza tra chi parlava e chi ascoltava.

Ci siamo ascoltati, ci siamo riconosciuti. Sappiamo cosa serve fare e cosa va evitato ad ogni costo. Proviamo ad essere coerenti, seri, semplici. A lavorare in squadra, ad essere propositivi. A parlare del paese reale e con il paese reale. Per ora mi pare funzioni.

Per esempio, ieri la direzione ha approvato il regolamento per le candidature alle europee. Lo si puo’ confrontare con l’appello che un paio di post fa avevo riportato qui, e che avevo fortemente condiviso, senza trovare significative distanze. A volte le cose che si pensa sia giusto fare si riesce a farle.

Tutto questo comporta una mole di lavoro piu’ che consistente, ed una modalita’ di “multitasking” piuttosto impegnativa. Prima o poi apriro’ il cassetto mentale sbagliato nel momento sbagliato e nel posto sbagliato e faro’ un gran pasticcio. Spero che non avvenga – o avvenga in modo piu’ indolore possibile, piu’ irrilevante possibile.

Domani alle 10.20 a RedTv con Concita, poi aula, e in serata una riunione delle parlamentari. Giovedi’ pomeriggio (se non votiamo) a Padova per la presentazione del libro su Tom Benetollo. Venerdi’ al circolo Talenti di Roma. Sabato a Bologna.

3. La politica estera, in tutto questo, la guardo un po’ da lontano – purtroppo. Ma ieri sera ho avuto l’opportunita’ di cenare con alcuni interlocutori italiani e americani di grande competenza ed esperienza sulle vicende americane. Stanchezza a parte, e’ stata una bella occasione per ragionare sulla crisi economica internazionale, la politica estera ed economica di Obama, le risposte dell’Europa. Ho raccolto una preoccupazione superiore alle aspettative sulla durata della crisi, e la convinzione che alcune scelte di politica estera americana ci stupiranno, nei mesi a venire.

chi sono
Sono nata a Roma il 16 giugno del 1973 da papà toscano (Anghiari, Arezzo) e mamma veneta (Vittorio Veneto, Treviso).
contatti mail: mogherini_f@camera.it
tel: 06.67605348
Fax: 06.67605726
Indirizzo: Camera dei Deputati, Piazza S. Claudio 166 - 00186 Roma


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